rosso
fuoco e blu notte
nel 40° del '68, informazione deviata e
controinformazione
by
pino masi
Spinto
da molti a vergare nel 40° del
mitico ’Sessantotto una speciale
introduzione al libro 'Quarant'anni cantati' (che
dal 2005, ogni anno da me aggiornato,
raccoglie i testi di tutte le mie ballate
dal '66 ad oggi), afferrandone
l’utilità, mi sono - proprio qui ed
ora - deciso a farlo.
Oltre che arricchita (dalla traduzione dei canti scritti in inglese
per la band dei Westeast,
dalle preveggenti mie strofette a Prodi nei quasi due anni del suo
ultimo governo, dallo sproloquio in sìculo che da sempre è
ribollente ìncipit delle mie
serate di folklore e, infine, dalle ultime sei strofe fin qui inedite
sulla morte del noto ‘bandito’ Salvatore Giuliano),
la quarta edizione del libro vuole quindi essere anche completata,
addirittura resa ‘speciale’, dalle considerazioni che
qui ora traccio.
Mi contenterei se esse favorissero
almeno
l’emergere
di quel gran telo dipinto, spartito in nove quadri, retrostante al
'ragionar cantando' di noi cantastorie e, nel tracciarle, sono felice
di avere un bel sole in Acquario che - a sentire gli astrologi - ci
aiuta a spaziare ed un ascendente in Vergine che - di nuovo gli astrologi
- ci fa essere attenti e precisi.
Sarà per via di questo
mio ascendente da precisìno che, scegliendo
di
fare il 'cantastorie' e non il ‘cantautore’ come tanti
altri poeti amici
miei dallo scomparso De Andrè a De Gregori e a Guccini e a
Vasco,
invece di godermela grazie al mio (da loro indiscusso) talento vado
in
giro a cantare ‘mendìco’, come l’Omero dei
Sepolcri del Foscolo?
Certo! Mendico come Omero nei Sepolcri del Foscolo, ma anche come
vivrebbe un qualsiasi cronista ancora onesto che volesse per dovere
e mestiere veramente dire ciò che pensa del nostro tempo: puoi
passare
in redazione di un quotidiano ‘indipendente’, come di
una qualsivoglia emittente ‘pubblica’ o privata, per accertarti
delle sorti della 'libertà' di informazione coi cronisti al
lavoro sotto ricatto perché senza contratto.
Se questo è il crudo rapporto tra informazione e potere vivendo
sotto una dittatura telecratica, come cantastorie sono stupìto
di vivere ancora e di vivere ancora libero (seppure praticamente in
miseria).
Non mi stupisco invece della
sorte toccata (anche) a questo mio libro.
Nel ’75, portato lì nientemeno che da Fabrizio De Andrè,
cantai mie canzoni inedite ai dirigenti della sua bella casa discografica.
Tutti contenti: le canzoni che poco prima Fabrizio mi aveva chiesto
di cantare piacevano. Stàvano per decidere di sì ma
- per onestà intellettuale - mi intromisi e dissi loro che
comunque, se facevamo l’Lp, ci avrei messo anche la ballata
‘Compagno sembra ieri’. Tornammo a casa in bianco.
Fabrizio, che mi voleva bene e ci aveva creduto e ci teneva, tornò
piangendo da Dori rimasta in albergo ad aspettare. Per assurdo, io
cercavo di consolarlo . La
'pubblicazione del vero' e impossibile se non
in modo alternativo, come abbiam sempre fatto
sin
dai tempi del nostro primo canzoniere.
Nel ’66, ai tempi del Canzoniere Pisano
appunto,
Sofri aveva spiegato che ”il potere non dà il megafono
a chi gli parla contro”e che perciò "non può
esserci libertà di espressione attraverso l’industria
culturale borghese se non a prezzo di pesanti autocensure": profetiche
parole che oggi dovrebbe raccomandare anche a sè stesso.
Di quanto sopra appena affermato,
la sorte di questo mio libro è prova esemplare e da tutti tangibile
quanto quella toccata al mio Lp del '75, quello con le canzoni che
piacevano tanto a Fabrizio.
Nel ’75 per pubblicare il disco, dopo il rifiuto della lussuosa
‘Produttori Associati’, dovetti ricorrere ad una casa
davvero alternativa: i ‘Dischi Del Sole’ di Gianni Bosio,
l’ispiratore del Nuovo Canzoniere Italiano che nel ’67
aveva pubblicato il nostro primo disco con le ‘Canzoni per il
Potere Operaio’ e, primi ’69, ‘Quella notte davanti
alla Bussola’. Ugualmente
ora,
dato
il rifiuto dell'E.t.s. di Pisa di pubblicare Quarant'anni
cantati (prima
e
con mia sorpresa richiestomi da un onestissimo editor della stessa
casa editrice), se
il libro c'è
e
si diffonde dal
2005
in successive edizioni da me sempre
aggiornate, questo accade solo grazie
alla straordinaria capacità ed al
duro impegno di amici
stampatori vicini
al sito web di cui sono art director, l'e-magazine
interattivo pubblico e gratuito repubblicapisana.it,
la
virtuale repubblica degli artisti e degli amanti dell’arte
impegnati sul fronte della pace, dell'ambiente e dei diritti ideata
alla
fine dello scorso millennio,
per questo nostro incredibile
nuovo millennio
,
dallo
scomparso nostro
amico e maestro Pio Baldelli.
Se il libro c’è
è però giusto ringraziare l’onesto Daniele Luti,
l’editor
della E.t.s. di cui dicevo, che
dell'editrice dirige
- in tandem con l'amico scrittore prof-Pierantonio
Pardi - la collana incipit di nuovi autori.
Fu Daniele infatti, che allora non conoscevo
di persona, a fiutare in anticipo (direi quasi a creare, come suggeritore
e committente) il potenziale ‘evento culturale’: lui a
contattarmi dopo la lettura del mio ‘Pisae Càpita Mundi’,
lui a chiedermi perché dopo ben quaranta anni da cantastorie
non raccoglievo in progressione cronologica tutti i testi delle mie
cantate in un unico volume, lui a suggerirmi (dopo aver letto i testi
che gli consegnai ben ordinati) di vergare ‘un commento’
che tali testi inquadrasse ‘dal punto di vista storico e sociale’,
lui a dirmi - infine -
che trovava fresco ed avvincente il commento che gli consegnai
dopo quindici notti passate a digitare.
Fu però di Daniele anche il voler credere, malgrado il mio
scetticismo, praticamente automatica la pubblicazione del libro e
sua fu dunque (dopo aver lui per me e per giorni - e a mia insaputa
- trattato con la proprietà della casa editrice) anche la delusione
che gli lessi negli occhi: la stessa che trenta anni prima avevo letto
negli occhi di Fabrizio.
Detto questo (senza arginarmi perché
fortemente convinto che è tra cultura e politica, tra informazione
e potere, tra verità e sua revisione, che ci giochiamo la dignità
e la vita), passo ora alle questioni giuntemi dai lettori delle prime
edizioni
e cercherò di
colmare alcune
cause di dubbio. Corro perciò,
in primis, alla questione riguardante la dedica del libro, da me destinata
al già dimenticato martire Nicola Calipari: perché -
mi si chiede - invece che ad un uomo delle istituzioni non hai dedicato
il tuo libro a Pinelli, Impastato, Rostagno, Pasolini, ad uno dei
nostri, anch’essi caduti sotto ciò che chiami 'fuoco
amico texano'?
Se la contraddizione principale è tra
i pochi che hanno di che vivere e i troppi che invece muoiono di fame,
l’occidente cristiano - dopo secoli di colonie e di schiavismo
- può pentirsi e dare una mano (invece di far
nuove guerre) oppure ridiventare razzista e nazista come sta facendo.
Per questo ho anche cercato, con più asterischi, di approfondire
il testo stesso della dedica a Calipari. Dei tanti compagni ammazzati
anch’essi come cani è, invece, intessuta la trama dell’intero
mio libro di canzoni, così come la mia motivazione a scrivere
e a cantare per tutta una vita.
Da Pinelli a Pasolini, anche i ‘nostri’ sono caduti in
difesa della democrazia, uccisi - come sono stati - da chi tradisce
le istituzioni nate dalla resistenza alla barbarie. Barbarie nazista
che sta ora tornando col razzismo e i lager per bruciare di nuovo
l’Europa e il Mondo in questa ‘ultima’ guerra mondiale,
da essi volutamente innescata e già
ora in atto.
Furono
di ogni fede i caduti in difesa della democrazia: dai combattenti
partigiani agli eroi civili e militari che non vollero obbedire ai
tedeschi, fino al carabiniere che si fece fucilare in cambio di civili
prigionieri.
Accade
anche con Calipari e, come allora, anche dentro le istituzioni:
pochi eroi combattono chi tradisce le istituzioni e, da chi le istituzioni
tradisce, vengono uccisi. Noi che da sempre lottiamo per la pace e
l’ambiente e i diritti non possiamo che unirci tutti contro
la barbarie anche solo ammettendo,
intanto,
che Nicola Calipari - ucciso dai ‘texani’
a Bagdad (mentre accompagnava all’aeroporto una giornalista,
nostra perché pacifista, di cui aveva ottenuto la liberazione),
meritava
- da parte di noi pacifisti - ben più di una mia povera dedica.
Sarà stata, a farmi
fare la dedica a Calipari, anche la nostalgia che
avevo ed ho per Bagdad e tutto l’Iraq e che (seguendo in tivvù
dal 2003
le vicende irachene) mi ha preso coi ricordi della ‘guerra del
golfo’.
Come creando stupore accennavo nel commento ai testi già dalla
prima edizione, se fossi stato a Bagdad anche questa volta come nel
'90/'91 avrei fatto le cose che ha fatto Nicola Calipari fidandomi
però
dei ‘texani’ molto meno di quanto - per dovere - ha dovuto
fare lui.
Spiego meglio. Avrei contattato i capi dei
resistenti sunniti ricordando loro le pacifiche - e a loro note -
mie
gesta
durante il precedente conflitto (quando, in attesa dei missili, cantavo
gratis ai bambini nelle scuole elementari e, con altri pacifisti di
tutto il mondo convenuti con la stessa mia determinazione,
ottenni
- in cambio nostro come ostaggi volontari - la liberazione dei centocinquantuno
ostaggi allora sotto sequestro).
Poi, consolidate simpatia e fiducia, avrei subito affermato la posizione
pacifista della Sgrena ed avrei raccomandato ai sunniti di stare attenti
a chi passava loro le liste con i nomi e gli indirizzi, poiché
a mio giudizio da un po' prendevano solo giornalisti in gamba come
Giuliana ed operatori in odio al Pentagono per le loro posizioni contro
la guerra.
Dopo (dopo la cena ed una buona serata di ‘festa in famiglia’
dove avrei cantato piano con la brava Giuliana a fare il coro) avrei
naturalmente - con naturalezza - chiesto la liberazione della giornalista
e (ottenutala e raccomandato loro di far liberare altri ostaggi) la
mattina seguente (dopo qualche ora di sonno ed una buona colazione)
mi sarei fatto accompagnare
il più vicino possibile ad una via del centro.
Spariti loro, senza trastullarmi ma senza fretta apparente (con la
mia chitarra in mano e la cara Giuliana velata a due passi dietro
di me), sarei andato ‘tranquillo’ - come Calipari avrà
fatto nei giorni precedenti la liberazione della Sgrena - a prendere
un tassì per andare, nella ‘green zone’, all’ambasciata
italiana.
Solo allora - diversamente da come ha dovuto fare Nicola Calipari
per dovere - avrei con Giuliana accanto a me comunicato all’ambasciatore
la sua liberazione ed ottenuto mezzi e difesa per un nostro immediato
rientro: saremmo giunti in aeroporto protetti e sani e salvi assieme
al nostro ambasciatore tra i flash dei fotografi, scortati ed ossequiati
e non uccisi ‘per sbaglio’ dal ‘fuoco amico’
dei texani.
Quegli
‘amici’ texani che - grazie alle informazioni date per
dovere da Calipari in
tempo reale ai
suoi superiori e 'alleati'
- hanno teso sulla via
per l’aeroporto l’agguato in cui è caduto ed a
cui sono a stento sfuggiti
un
agente italiano suo collega e la nostra Giuliana gravemente ferita.
(segue)
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