rosso
fuoco e blu notte
nel 40° del '68, informazione deviata e
controinformazione
segue:
Tra le
questioni poste,
colgo ora quella che più mi tocca.
Essa infatti riguarda l’assassinio a fine ’88, a Trapani,
di un
amico da me ammirato per vent’anni e poi - son ora altri
venti - sempre rimpianto: il grande Mauro Rostagno,
di cui ricorre
appunto
quest’anno il ventesimo
anniversario della morte.
Mi
si chiede se è giusto credere alla ‘pista mafiosa’
o a quella del
‘delitto in famiglia': le due piste finora ipotizzate sembrerebbero
infatti entrambe condurre alla tragica morte di Mauro.
Quel che ne penso è scolpito a grandi linee nel libro già
dal 2005
nel
testo di ‘mancava
la corrente quella sera’
e relativo commento
(chi
non ha il libro lo può scorrere in expo su repubblicapisana.it).
Come meglio
chiarire
a chi legge i dubbi che ancora si pone?
Ci proverò ripercorrendo - stavolta per
mano al Lettore - quei pochi passaggi logici che, dalla notizia del
delitto, mi portarono in breve alla conclusione che cantai alla cerimonia
prima del funerale di Mauro.
Rinunciamo dunque stasera alla televisione
ed iniziamo a separare drasticamente i (pochi) fatti dalle (tante)
opinioni.
Ancor
più drasticamente
gettiamo ora nel cestino ogni opinione,
compresa la nostra: resteranno soltanto i fatti.
A partire dai fatti, separiamo ora in due liste tutti i personaggi
che ruotano attorno alla vittima: quelli relativi alla cosiddetta
‘pista mafiosa’ in una lista, nell'altra quelli relativi
alla cosiddetta ‘pista familiare’.
Accostiamo ora le due liste e subito, già prima di ragionare,
noteremo persone presenti in entrambe le liste e che quindi, presumibilmente,
corrono su entrambe le piste.
Notevole, no?
Fatto in teatro (quello antico dei pupi siciliani intendo), ed avessimo
noi voluto rappresentare al primo atto la pista ‘mafiosa’
e al secondo quella ‘familiare’, ci saremmo subito accorti
che - con gran risparmio - alcuni dei pupi li avremmo usati per entrambi
gli atti!
Ripeschiamo ora dall'umiliazione del cestino il motore della ragione
e - a partire dal minimo comune multiplo del nostro quoziente di 'intelligence'
collettiva - poniamoci una pur minima, ma giusta, prima domanda.
‘C’è forse una unica ditta
i cui soci concorrono al delitto da un livello superiore a quello
delle due piste che scorgiamo separate sul terreno?’
‘Un livello da cui si decide la
regia di tutto!’, esclama uno.
‘Ma cosa hanno in comune i personaggi che compaiono in entrambe
le liste?’, ci chiederemo allora giustamente.
‘Forse appartenere alla stessa loggia?’, si azzarderà.
‘Fosse così, essi sarebbero i registi del delitto!’,
se ne dedurrà.
‘Registi di una tragedia decisa con il consenso di tutta la
loro loggia!’, vorranno precisare alcuni di noi meno assonnati.
‘E’ stato deciso lì il copione per chi chiedeva
la uccisione di Mauro
e che poi, accontentato in loggia, ne ha anche diretto sul
campo la regia!’, dirà chi non si ubriaca da tempo.
‘Le due piste, allora, sono solo apparentemente divergenti!’,
esclamerà il più giovane, superando la timidezza.
‘Non c’è altra spiegazione!’, se ne concluderà.
Questo
di allora resta ancora oggi il ragionamento fondamentale da fare sulla
morte di Mauro e, per assurdo, anche l'unico ragionamento
che finora ufficialmente nessuno ha voluto o potuto fare.
Non so se e cosa ne avreste dedotto, ma io che lavoravo da tre anni
a Trapani e conoscevo Mauro da venti, visti i nomi degli aderenti
alla loggia massonica Iside Due che Trapani aveva letto da poco sui
giornali (solo in prima battuta, poi più nulla), giunsi alla
conclusione che solo da quel
letale
consesso di papaveri politici, di ufficiali militari e feroci capicosca
mafiosi, di magistrati e banchieri, funzionari, costruttori, imprenditori,
proprietari di televisioni, trafficanti e portaborse, soltanto da
quel verminaio del crimine così ben organizzato potevano venire
volontà, regia e capacità di attuazione di quel delitto
da più parti ritenuto necessario.
Solo in quell’altissimo livello di potere stabilmente operante
sulla città
(e da lì sul Mediterraneo tutto per conto dei ‘texani’!)
potevano coesistere la necessità e la capacità di dare,
con una eclatante esecuzione capitale,
un segnale (già di per sè significante nelle sue crude
modalità) utile a perpetuare col terrore di sempre il controllo
dell’ordine ed a confermare la consistenza illimitata del potere
della loggia anche dopo lo scandalo inatteso - e a Trapani per tutti
sorprendente - della sua breve scopertura.
Era fin troppo chiaro che in una città dove grazie al terrore
occulto della Iside Due regna la pace sociale e criminale per consentire
ogni tipo di traffico, in una città dove il detto ‘non
muove foglia che la mafia non voglia’ viene perfettamente applicato,
in una città dove (per evitare la scocciatura dei tossici per
strada e i collaterali fastidi della micro-criminalità diffusa)
la loggia non consente lo spaccio di sostanze che per altrove promuove,
in una città speciale come Trapani, insomma, “non
si ammazza Rostagno, impunemente, senza il consenso pieno del più
alto livello competente!”: fu questo il primo verso del
mio 'lamento' per la morte di Mauro che mi apparve chiaro e, nascosto,
lo scrissi.
Lo
cantai alla cerimonia in Saman prima del funerale, pochi giorni dopo
la morte di Mauro. “Si
vada a quel livello ad indagare, tra gli amici di Licio Gelli e di
Canìno!”, ci aggiunsi prima di
tornare a nascondermi
lontano da Trapani
e,
non sazio, chiusi in rima con questa domanda:
“Sica non sa?
Sica
non sa quello che a Trapani sa tutta la gente sugli
aderenti alla loggia coperta Iside Due, detta Loggia Scontrino?”
Gente mi sorrideva piangendo, altra digrignava
i denti.
Faccio notare (a chi è molto più giovane di me o di
memoria corta) che Sica non era ‘l’uomo del monte’
che - bucando il video - sceglie per noi tra ananassi e banane: Domenico
Sica, l’‘Alto Commissario Antimafia’, era l’uomo
delegato a coordinare le istituzioni che dovevano cercare mandanti
ed assassini di Mauro ed i cui componenti invece (banchieri e imprenditori,
deputati e senatori, certo, ma pure magistrati, militari, ufficiali
carabinieri, perfino il vicequestore) sedevano nella Iside Due,
da criminali loro pari, assieme ai capicosca mafiosi di tutto il trapanese
da
Mazara del Vallo a
Castellammare del Golfo.
La ‘mafia’ che non esiste ma intanto
uccide è il braccio armato delle logge massoniche, un braccio
che - se lasciato solo - sarebbe una accozzaglia di assassini isolabili
e battibili: senza la mente
massonica il suo braccio armato non è invincibile...
E' il sunto, con parole mie, di quello che affermava
in Calabria (e lo confermava con gli atti giudiziari) il dottor Agostino
Cordova quando (prima di essere ‘pro-mosso’ a Napoli)
indagava sul rapporto ora noto
tra le ’ndrine della 'ndrangheta e le locali logge massoniche
coperte.
In sunto quindi, la non più misteriosa 'criminalità
organizzata' (ossia il ‘braccio armato’ che impone ‘pizzi’
e tangenti e ricatta e poi spara ed uccide ovunque in Italia e fuori
da Trapani a Dallas e a Chicago, via Locri, Milano, Oslo e Mogadiscio)
consiste - è bene saperlo - in una sottoclasse di disperati
divisi in ‘cosche’ mafiose o ‘ndrine’ (operanti
su un determinato territorio), dirette da una ‘mente’
a loro ignota,
ma ben vincolati ad essa tramite i capicosca, che - con gran vantaggio
personale rispetto ai criminali loro sottoposti - sono segretamente
affiliati (e certamente ‘consigliati’) nelle logge massoniche
locali.
Non è altro che questo (nella
sua pur semplice ma micidiale struttura)
lo schema - proseguiva Cordova - che bisogna capire ed è proprio
lì che bisogna colpire: nel vincolo occulto che tramite i capicosca
connette la manovalanza bruta alla 'istituzione' massonica e, qual
chimica valenza, rende esplosiva come nitro e glicerina la pèrfida
unione degli assassini
con menti raffinate e capaci di investire riciclando il maltolto,
decidere per chi votare o non votare, chi arrestare, uccidere, sfruttare,
favorire.
Cordova fu promosso a Napoli ma non fu ascoltato e ora, dopo vent’anni,
Napoli che dovrebbe ribellarsi alla Massoneria e alla Camorra è
ancora oggi in mano loro: per questo affoga nella spazzatura sotto
gli occhi del mondo mentre la Norvegia allarma la Commissione Europea
perchè le cosche se la stanno comprando coi soldi della coca
e la Germania è teatro di regolamenti tra le 'ndrine.
La tesi del magistrato Agostino Cordova è
degli stessi anni della presenza e della morte di Mauro a Trapani.
E’ grazie anche questa tesi
-
già allora a me chiara - che pensai (e ancora penso) che non
sarebbe stato possibile uccidere a Trapani uno importante e noto come
Mauro Rostagno
se non dopo una decisione della Iside Due.
Anche la sorella di Mauro in una intervista giunge - per altra via
- alle mie stesse conclusioni quando mette quella sulla Iside Due
al primo posto tra le inchieste la cui pericolosità può
aver causato la morte del fratello:
è
chiara,
a piste non più viste come divergenti, la confluenza di vari
moventi in una volontà unica, quella che ha deciso e diretto
l’agguato a Mauro dal coperto della loggia trapanese.
La mia certezza era poi corroborata da una ‘libera’ opinione
allora
a Trapani
soltanto sussurrata, ma da tutti: chi avesse turbato la ‘pace
trapanese’ fuori dalla volontà della Iside Due sarebbe
stato rintracciato
e preso nel giro di tre giorni e poi consegnato alle autorità
competenti:
il ‘braccio armato’ avrebbe cioè consegnato alla
‘mente’ gli assassini
(con ciò anche rafforzando il pubblico potere dell’ufficiale
dei CC
e del Vice-Questore di allora, aderenti entrambi alla Iside Due
e nelle cui mani la consegna sarebbe certo avvenuta).
Tra
gli aderenti alla loggia IsideDue compariva almeno un magistrato.
Questo metteva certo a rischio chi avesse voluto aiutare Verità
e Giustizia, ma i nomi degli assassini (quelli al di sopra di chi
ha ‘solamente’ sparato) erano accessibili nel nutrito
elenco della Iside Due: anche un magistrato di primo pelo, si fosse
voluto e potuto indagare, poteva intuire una regia unica sulle due
piste imboccate per anni come l'una all'altra alternative.
Offro ora al Lettore
un dato personale che, da solo, basta a inquadrare la situazione-giustizia
a Trapani nel momento dell’assassinio di Mauro (e da allora
in poi): pur essendo io colui che da più tempo conosceva Mauro
e che lavorava da mesi per lui alla Saman con la musicoterapia, che
lo aveva indirizzato presso Rtc (dove Mauro Rostagno fece giornalismo
fino al giorno della morte) non c’è magistrato che mi
abbia mai
chiesto una opinione come persona informata sui fatti.
Questa mia opinione (di persona certo informata sui fatti più
di tanti altri), questa opinione della sorella di Mauro e mia che
vede la regia del delitto nelle decisioni della Iside Due (e gli esecutori
nei macellai ad essa collegati) è proprio l’unica opinione
che non si è mai voluto considerare.
L’ipotesi di una pista che comprenda le altre due e spieghi
il come ed
il perché del delitto è quella di cui non si è
mai - finora - voluto sapere.
Solo ora - dopo venti anni di indagini mai intelligenti e coraggiose
quanto la sua - questa ipotesi la sta valutando un bravo magistrato,
il dottor Ingroia, purtroppo candidando sé stesso - se si è
vicini al vero - alla schiera dei martiri come Falcone e Borsellino.
Ad
ipotizzare una pista ‘mafiosa’ per la morte di Mauro portavano
la modalità dell’agguato omicida ed una cosa di per sè
(non solo a Trapani) più che sufficiente: Mauro, assieme
ad un gruppo di ragazzi sottratti alle sostanze di spaccio e da lui
avviati al mestiere di giornalisti,
attaccava dal Telegiornale da lui condotto a Rtc, i capicosca del
trapanese per i loro globali traffici di stupefacenti mentre
la ‘mafia’, ciò per dire ‘mente massonica’
e ‘braccio criminale’, avevano allora nel trapanese
le raffinerie di eroina più grandi del mondo
e i responsabili
di tale attività sedevano al coperto nella Iside Due.
Per rimediare a questo, alla Iside Due bastarono
poche cose.
Avere uno che da Rtc
telefonasse appena Mauro ne fosse uscito:
attendere per ucciderlo,
certo, ma rischiare
per meno tempo.
Togliere l'illuminazione della zona sul 'teatro' del crimine:
l'elettricista delegato fu ucciso in quella contrada giorni dopo.
Mettersi in agguato nel tratto che la vitima avrebbe certo percorso:
le curve della stradina che dalla provinciale conducono in Saman.
Fatto il massacro,
tornare tutti
subito in una vicina cava-discarica:
a cambiare auto e a bruciare quella rubata e usata per l'esecuzione.
Rientrare separatamente con i propri mezzi, lasciati lì al
momento
del trasbordo del commando in quello usato per il delitto:
un garzone di fornaio, che attratto dal bagliore nella notte
poteva aver forse riconosciuto le persone attorno alle vampe
della discarica, è stato - come l'elettricista di cui detto
-
trucidato pochi giorni dopo la morte di Mauro.
All’ipotesi
di una pista detta ‘familiare’ portavano invece,
ed in modo altrettanto convincente, fatti di cui fui testimone
o protagonista e di cui nel libro ho frammentariamente riferito. Ad
esempio, il fatto che - dopo mesi che frequentavo la comunità
- prima della morte di Mauro mi fu all’improvviso chiesto di
consegnare in Direzione le chiavi del mio mezzo ‘ogni volta’
che giungevo in Saman e richiederle ‘ogni volta’ che uscivo:
un fatterello insignificante, si direbbe, anche se mi fece indignare.
Facendo altro per vivere, andavo ad aiutare Mauro gratis al pomeriggio
ed avevo ottenuto una piccola stanza per mia comodità, dove
mi fermavo a volte anche a dormire. Trattato ora ad un tratto dalla
Direzione come un paziente, refrattario per natura e cultura ad ogni
indebito controllo io liberai la stanza e tornai come
prima a dormire regolarmente a Trapani, dove avevo
da tempo casa ed un impegno di lavoro settimanale per un’altra
emittente, Telescirocco.
Questo fu il ‘segnale’ che prima della morte di Mauro
mi colpì personalmente, ma ce ne furono anche altri che dirò
più sotto e che comunque notai: non girava più l’aria
lieta
e
pulita di un tempo e,
se
la necessità dell'omicidio deciso nella Iside Due è
maturata anche
nella comunità, avrei dovuto
leggerli come premonitori del delitto.
Da giorni Mauro
non dormiva più nell’edificio della Direzione.
Da giorni si diceva ne fosse stato cacciato dal
‘guru’ in malo modo.
Da giorni, malgrado la situazione, la moglie e la figlia di Mauro
continuavano a dormire in Direzione con il ‘guru’ ed altri.
Se non li colsi come tali fu
perché sospettavo fosse da tempo in atto
un ‘tradimento amoroso’ della moglie nei confronti di
Mauro,
tradimento di cui ritenevo Mauro consapevole e non ne parlai,
caso mai attendendo
me ne volesse parlare lui per primo.
Perché mentre si espelleva Mauro dalla Direzione e (in accordo
con
altri, sotto l'ègida della Iside Due, se ne
decideva la morte) si cercò
di intrappolare anche me? ,Brivido. Furono
comunque questi appena
detti i segni che legai al presunto tradimento d’amore invece
che a ciò
che in breve si rivelò poi essere la vera novità di
quei giorni.
Che
novità? Credo
sia mia fortuna se a tutto penso men che al denaro
e non provo particolare curiosità per le faccende che riguardano
soldi:
sentivo infatti di soldi in arrivo alla Saman ma, pur rallegrandomene,
non detti attenzione alla cosa pensando si trattasse di una donazione.
In
pratica ero
solo
un operatore
'esterno' (seppure da anni amico di
uno dei fondatori e per questo volontario musicoterapista), perciò
- fino alla morte di Mauro - non mi permettevo
o sognavo
di
chiedere alcunchè.
Solo
un po' per volta mi fu sempre più
chiara la provenienza e, dopo, anche la condizione di transazione
di quei soldi, per poi ipotizzare
anche per questa faccenda
un collegamento con la fine di Mauro.
Si bisbigliava
in quei giorni - fra i devoti al servizio del 'guru'
-
di tanti soldi in arrivo per la comunità, senza aggiungere
altro.
Poi si seppe che arrivavano grazie a Craxi, al suo vice Martelli
ed al locale papavero socialista Pietro Pizzo, un cognome che
la ‘vox populi’ dava sicuro
come autentico programma.
Infine, quando la cosa sembrava ormai certa, si mormorò
che i soldi 'socialisti' potevano arrivare 'solo' se la comunità
avesse abbracciato - come quella della dinastia Mùccioli -
la causa proibizionista di Craxi sulle droghe.
Proibizionismo
che portò dritto alla legge Jervolino che, anche senza
gli attuali ritocchi da inquisizione alla Fini-Giovanardi, è
causa di criminalizzazione, discriminazione,
emarginazione dei giovani e
delle conseguenti morti per stupefacenti senza controllo sanitario.
Legge proibizionista anche infausta alla democrazia perche è
causa
dell'arricchimento e rafforzamento delle cosche mafiose a cui viene
di
fatto affidato il mercato nero delle droghe, nonchè dell'arricchimento
e rafforzamento sleale
delle banche
dei massoni che ne riciclano il denaro.
Legge Jervolino voluta da Craxi, ma utile alla Iside Due che dal traffico
di stupefacenti (appositamente 'proibiti' via
Onu dagli Usa nel mondo e
tutti gestiti da Trapani) trae i fondi per tutti gli
altri suoi ‘massonici’ occultissimi e luridi scopi, dalla
eliminazione degli avversari politici
al finanziamento di partiti e movimenti filoamericani, dal traffico
di forniture militari ai paesi sotto embargo a quello di rifiiuti
tossici
verso i paesi africani,
dal credito agevolato agli imprenditori massoni
al salvataggio in cassazione dei capicosca del suo braccio armato.
Mauro si sarà certamente opposto alla richiesta massonica ‘socialista’
(che in Direzione altri volevano accogliere in cambio di un bel gruzzolo
di cui la Saman aveva ‘sempre tanto bisogno’): questa
- e non quella di cuore da me supposta prima della morte di Mauro
- può esser la vera causa della lite che gli costò la
direzione della comunità e (data l'utilità del suo omicidio
anche per gli altri criminali della Iside Due) la vita.
(segue)
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