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Contemporary Art Expo

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PINO VENEZIANO
(1933-1994)

cantastorie

L'unico disco di Pino Veneziano è un Lp pubblicato a metà anni 'settanta dai Circoli Ottobre,
una associazione alternativa di cultura popolare operante nell'area di 'Lotta Continua'.
Adeguato al contenuto, il titolo del Lp è già una dichiarazione programmatica.

"Lu patruni è suverchiu"
(Il padrone è superfluo)

Del disco riportiamo la presentazione in copertina, del poeta Ignazio Buttitta.

"Ho qui con me nella mia casa di campagna Pino Veneziano,
cantastorie:
ha appena finito di cantare un gruppo di canzoni
incise in un disco prossimo ad uscire.
Il successo sarà certo,
perché Pino alla potenza della voce aggiunge la forza drammatica.
I testi sono suoi, i motivi musicali pure:
un cantastorie che fa politica e la sublima con la poesia.

Il suo discorso è semplice, popolare, ma convincente;
riesce a farsi capire dai braccianti, in maggioranza analfabeti e semianalfabeti.
Gli argomenti sono la verità cantata da popolano a popolano senza inganni:
i padroni non sono necessari, le guerre nemmeno;
le case sono necessarie,
perché un coniglio senza tana, un uccello senza nido,
sono come i pesci senza mare,
dice.

Da ragazzo - ora ha quarant’anni -
Pino faceva il guardiano di capre, di vacche;
dormiva in campagna; frequentò la seconda elementare.
E’ stato sempre povero, povero ancora oggi,
ma ricco di poesia e d’amore per gli uomini che soffrono.
Un popolano che fa cultura.
Un popolano che canta la libertà e la Giustizia,
e le versa nei cuori con la voce.

Io, se fossi ragazzo, gli porterei la chitarra;
lo seguirei ovunque va; lo sentirei cantare nelle piazze.
Vedrei i braccianti commuoversi, entusiasmarsi,
e lui col canto dargli la speranza.
La speranza che io, lui, e tutti i lavoratori,
aspettano con l’alba di domani e non più tardi.

-------------------------------------------Ignazio Buttitta
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Pino Veneziano nasce a Riesi,
Sicilia, il 2 luglio del 1933.

Durante la guerra il padre, un carabiniere
che ha prestato servizio prima a Castelvetrano e poi a Sciacca,
abbandona la famiglia.
Pino interrompe la scuola in seconda elementare,
lavora come guardiano di capre e garzone di fornaio.
A 17 anni, con la madre e il fratello,
si trasferisce a Castelvetrano,
lavora come garzone nei bar.
Agli inizi degli anni ’60 è cameriere a Selinunte e,
verso la fine del decennio, con due amici,
apre il suo primo ristorante.

Impara a suonare la chitarra a circa 40 anni, nei primi 'settanta.
Poco dopo scrive la sua prima canzone,
'Lu sicilianu'. Le altre
('La Jatta', 'La festa di li porci'
, 'Settembri'...)
vengono quasi una dopo l’altra:
una trentina circa (il materiale è in fase di riordino).

Negli anni ’70 e fino a metà degli anni ’80,
il ristorante Lido Azzurro
, poi La Zabbara,
diventano un punto di riferimento a Selinunte:
don Pino serve ai tavoli e dopo canta le sue canzoni.
Tra i suoi clienti ci sono anche Lucio Dalla e Fabrizio De Andrè,
che lo ebbe come spalla nel suo primo concerto in Sicilia.
Veneziano regala le sue canzoni anche alle Feste dell’Unità
e,
nel 1975, incide il suo primo e unico disco, 'Lu patruni è suverchiu'
(Il padrone è superfluo), edito dai Circoli Ottobre.
Sulla copertina di quel disco il poeta Ignazio Buttita lo definisce
‘un cantastorie che fa politica e la sublima con la poesia’.
Nell’estate del 1984 al ristorante di Pino si ferma anche Borges,
si commuove ascoltando le canzoni di Pino Veneziano
(che per lui, dice, non hanno bisogno di traduzione),
chiede di accarezzargli a lungo il volto per “vederlo”.

Sempre lo stesso anno, 1984,
una compagnia di anziani di Riesi, in gita a Selinunte,
casualmente fornisce a Pino informazioni su suo padre:
si trova in un casa di riposo a Gela e, quando lo va a trovare,
scopre che anche lui suona la chitarra e canta motivi popolari.

Il 1986 è l’ultimo anno in cui Pino lavora al ristorante.
Intristito dalla morte della moglie e provato da una vita di fatica,
per arrotondare la pensione fa il posteggiatore al Parco Archeologico
e,
in tasca, porta sempre un quadernetto su cui continua a scrivere canzoni.

Muore il 3 luglio 1994*\*(*
il giorno dopo il suo sessantunesimo compleanno.

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-----------------------------------I
CONTRIBUTI------------------
--------------------------Al fine di collaborare alla memoria
---------------------------- dello scomparso poeta-cantastorie Pino Veneziano,
_ _ _ _ ____________ pubblichiamo qui solo i contributi giunti o raccolti in rete--
----------di chi ebbe la fortuna di conoscerlo, vederlo, ascoltarlo.
Coloro, quindi, che hanno ricordi da aggiungere ...
...
sono sinceramente BENVENUTI . *\*(**\*(*
------------( Per contributi scritti e per eventuali e-document allegati, cliccare qui:-->
repubblic
apisana@tiscali.it < )

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----------------------------------------- un contributo di Vincenzo Consolo

Si sono perse le voci e per sempre dei poeti e dei cantori popolari di Sicilia, così come d’ogni altra regione o plaga di questo nostro paese, di questo nostro mondo d’oggi assordato dai clamori imperiosi della violenza e della stupidità. Voci, quelle, umane e melodiose, che davano voce ai sentimenti e ai pensieri di un popolo che gioiva e soffriva dell’esistenza, della storia.

Una catena sonora, quella popolare della Sicilia, che affonda l’origine sua nel più remoto tempo, nel tempo greco degli aedi e dei lirici. “La discendenza del canto popolare Siciliano dalla musica greca dell’epoca classica è una proposizione indiscutibile”, scrive il musicologo Ottavio Tiby. Greco, si, il canto popolare siciliano, su cui però è passata la nenia lenta e profonda del deserto, del canto arabo vogliamo dire.

Il 'borghese' Alessio Di Giovanni, di Cianciana, per aver sentito una notte un carrettiere cantare il malioso canto che iniziava con il distico “Lu sonnu di la notti m’arrubbasti: / ti lu purtasti a dòrmiri cu tia”, si convertì al radicalismo dialettale e a scrivere tutte le sue opere, poesie romanzi, in siciliano. Canto arabo dunque, andaluso e gitano, che dall’Andalusia moresca passò in Sicilia e nel Napoletano. Parole e suoni, quelli del canto popolare siciliano, che di generazione in generazione si tramandavano e si ricreavano, una musica popolare che fecondava e rinnovava la musica dotta.

Abbiamo avuto per la prima volta cognizione di questo prezioso patrimonio culturale grazie all’opera del musicista e storico della musica Alberto Favara che, percorrendo paesi e villaggi dell’isola, trascrisse parole e note dei canti popolari e pubblicò, tra il 1898 e il 1923, il 'Corpus dei Canti delle terre e del mare di Sicilia', raccolta che completava, arricchiva anzi, le raccolte di soli versi dei folkloristi Vigo, Pitrè, Salomone Marino, Avolio, Amabile Guastella. Un lavoro in qualche modo simile a quello del Favara, ma già in epoca delle registrazioni meccaniche, ha fatto il poeta ed etnologo Antonino Uccello, il quale, nel momento della grande mutazione antropologica, vale a dire della fine della civiltà contadina, riuscì a registrare, dalle ultime voci superstiti, antichi canti popolari, e pubblicò, a cavallo degli anni sessanta, 'Canti del Val di Noto', 'Risorgimento e società nei canti popolari siciliani', 'Carcere e Mafia nei canti popolari siciliani'.

Il Corpus del Favara trovava, quasi contemporaneamente, specularità nel 'Corpus di musiche popolari ungheresi' di Bèla Bartòk e di Zoltan Kodàli. E intorno a quegli anni Federico Garcia Lorca pubblicava i “suoi” 'Canti gitani e andalusi'. Il lavoro invece di Antonino Uccello si specchiava in quello svolto in Puglia da Ernesto De Martino, se non nella 'Academiuta di lenga furlana' - 'Poesia dialettale del novecento e Canzoniere italiano': l'antologia della poesia popolare di Pier Paolo Pasolini. Il quale - già nel 1972 - così scriveva: “Non sussiste dubbio, comunque, che, salve le aree depresse, la tendenza del canto popolare nella nazione è a scomparire”. Aree depresse come la siciliana. E, dunque, le voci ultime e straordinarie di poeti e di cantori popolari: di Ignazio Buttitta, di Ciccio Busacca, di Rosa Balistreri, di Pino Veneziano. Autenticamente popolano il Veneziano, picaro e gitano dalla vita tormentata come quella di Rosa Balistreri ma, per ironia del caso, Pino portava lo stesso cognome del grande poeta dialettale cinquecentesco Antonio Veneziano, autore de 'La Celia', dalla vita tormentata anch’egli, ch'ebbe la ventura d'essere stato compagno di prigionia - in Algeri - di don Miguel de Cervantes.

Di povera famiglia, Pino, ancora fanciullo, è guardiano di capre nelle campagne di Sciacca, poi garzone di fornaio e quindi di bar, uno di quei lavoratori minorenni che a Palermo chiamavano “vaporta” (vai e porta!). Agli inizi degli anni Sessanta fa il cameriere in un ristorante di Selinunte. E a Marinella di Selinunte, in quella breve striscia di terra ai piedi della collina da cui s’alzano le colonne dei portentosi templi greci, si fa imprenditore, gestore di un ristorante insieme agli amici Jojò e Giacomino. E nel 1972, l’anno in cui Pasolini decretava la scomparsa del canto popolare in Italia, Veneziano impara a suonare la chitarra dal maestro zu’ Vicenzu Fasulu, detto Piricuddu. E nel suono della chitarra sgorgano i primi versi, la prima canzone: 'Lu Sicilianu' (il siciliano) ”...ch'a tutti bbanni chiamanu ggitanu!”, come nell’Italia di oggi, piccolo borghese e neo-capitalistica, vengono chiamati spregiativamente marocchini tutti gli immigrati, maghrebini e no.

Non meliano, non arcadico, Pino Veneziano, ma nella linea buttittiana della consapevolezza storica dell’impegno civile. Da qui i suoi canti quali 'Lu patruni è suverchiu', 'Nivuri su li bummi', 'La festa di li porci', 'Piazza di la Loggia', 'Allende', 'La Maffìa': mentre Buttitta e la stessa Balistreri cantavano una Sicilia e un’Italia del Secondo dopoguerra delle lotte contadine e dei sindacalisti uccisi dalla mafia, Pino Veneziano cantava l’atroce Italia dei roventi anni Settanta del regime democristiano, della corruzione e delle stragi perpetrate dai fascisti. Ma c’era anche un Veneziano rapito cantore della bellezza della natura ('Settembri'), la natura forse ancora, là a Selinunte, delle lucciole pasoliniane. E c'era anche un Veneziano cantore del rapinoso dei sentimenti umani, l’amore: "L’amuri! Ma dunni si tu? Si tu nun veni... Non ti pozzu scurdà!". E fu forse un amore, travolgente, che portò Veneziano all’autodistruzione, alla rapida fine.

Ma rimangono, in questa plaga della più classica Sicilia, ancora vivi i tratti gitaneschi e le parole e la musica di Pino Veneziano. Di quel Veneziano che un giorno dell’84, là al Lido Azzurro, cantò per il vecchio e cieco poeta Jorge Luis Borges e lo commosse. Era il Borges che aveva cantato la milonga e il quartiere Palermo di Buenos Aires, la Palermo di Evaristo Carriego: "Nella musica stanno, nelle corde / Della chitarra dal suono ostinato / Che trama nella milonga felice / La festa e l’innocenza del coraggio".

------------------------------------------------------------------ Vincenzo Consolo

----------Milano, 19 luglio 2004

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----------------------------------------------------- un contributo di Piero Nissim

Ho conosciuto Pino Veneziano negli anni 72/73, periodo in cui ho vissuto a Palermo occupandomi dell’organizzazione di eventi culturali, teatrali e musicali per i Circoli Ottobre della Sicilia. Siracusa, le Madonie, Castelbuono, Agrigento, Gela, Partanna e anche Castelvetrano/Selinunte erano i luoghi dove spesso giravo ad allestire spettacoli, mostre, concerti e proiezioni di film d’autore: gli Area, Pino Masi, la Mostra dei P.I.D. a Cinisi nel paese di Peppino Impastato, “San Michele aveva un gallo” dei fratelli Taviani, i primi nomi che mi affiorano alla mente. E anche Pino Veneziano che però conobbi meglio e di cui divenni amico solo più tardi, quando, trasferitomi a Roma a partire dal ’74, lo chiamai a far parte di uno strano gruppo di teatranti/militanti che girava il Sud Italia sotto il nome di “Teatro Operaio”, un teatro di informazione e di denuncia (oggi si chiamerebbe “Teatro civile”): canzoni, diapositive, brevi filmati, testimonianze locali con i protagonisti a raccontarle sul palco e grandi striscioni illustrativi sulle campagne politiche di allora, aborto, divorzio, referendum; un po’ come facevano i Cantastorie di un tempo. Pino Veneziano si unì più tardi alla Compagnia (ci sono passati fra gli altri Alfredo Bandelli, Antonio Giordano, Enzo del Re); qualche dettaglio cronologico mi sfugge (sono passati oltre 30 anni…), ma di sicuro venne con noi in Germania nella primavera del ’76 in una lunga tournée che arrivò con successo fino a Berlino, con uno spettacolo affollatissimo, interviste alla radio e ai giornali locali. Pino era fra quelli che suscitava più interesse fra il pubblico (fra cui tanti emigrati italiani) per le sue canzoni così forti e immediate e per le sue parole semplici, che arrivavano subito al cuore… Ricordo come commuoveva sempre tutti quando raccontava della sua esperienza di emigrante e della sua gioia quando, solo e in un paese straniero, vedeva inaspettatamente passare una macchina italiana magari targata Palermo. Cose “piccole” in cui molti si riconoscevano…

La nostra collaborazione (e amicizia) come ho detto si era consolidata prima, a Roma, quando gli proposi di incidere il suo primo e unico disco “Lu patruni è suvecchiù”, sotto l’etichetta dei Circoli Ottobre, di cui ero allora uno dei responsabili insieme a Carlo Alberto Bianchi e a Sergio Martin. Il disco fu prodotto, se non sbaglio, nel 1975. Ricordo che andammo a registrare i brani al Folkstudio dall’amico Cesaroni. Niente consolle dietro il vetro (non c’erano i mezzi…), solo un buon Revox, due microfoni e l’assistenza tecnica di un altro occasionale collaboratore, Mimmo Locasciulli. Pino registrò tutti i pezzi uno dopo l’altro (oggi si direbbe “live”), poi qualche ritocco, qualche taglio e il “master” era pronto! Per la riproduzione mi rivolsi ad un altro conoscente, disponibile a dare una mano: Carlo Bixio della famosa casa musicale. Mi sembra si stampò 500 o 1000 copie in tutto e curammo direttamente la copertina e il suo impianto grafico con il disegno e la dedica di Ignazio Buttitta. Rispetto al costo dell’operazione, contenuto al massimo grazie alle “collaborazioni amiche”, ricordo che chi ci rimise fu proprio Carlo Bixio, al quale non riuscii a dare che un piccolo anticipo; dalle vendite entrava poco e niente se non quel che Pino ricavava dalle copie vendute occasionalmente “on the road…” e le casse nazionali del Circolo Ottobre erano costantemente in rosso. Debbo dire che Carlo Bixio fu un vero signore (e vero amico) e mai mi chiese il resto del dovuto. Dopo il 1976 non ho più visto Pino Veneziano anche se mi informavo sempre di lui dall’amico Jojo che per qualche estate ho rivisto in Toscana nel paese dove risiedo: fu da lui che probabilmente appresi della morte prima di Tina, la moglie e poi, qualche anno dopo, di quella di Pino.

Ho scritto quanto sopra per colmare alcune lacune sulla vita e la biografia di Pino Veneziano. Anche l’amico Pino Masi, che contribuì a far conoscere in Italia Pino Veneziano, penso avrebbe altro di interessante da aggiungere. Se vorrà potrà farlo, così un altro tassello andrà ad arricchire il ricordo di un amico, di un Cantastorie senza età, di una voce unica e grande della musica popolare siciliana, appena dopo quelle già grandi di Rosa Balistreri e di Cicciu Busacca.

---------------------------------------------------------------------------Piero Nissim
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Calci, 6 aprile 2008

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------------------------------------------ un contributo di Pino Masi

-"...scritta per una imprecisata donzella. L’equivoco nasceva perché nel testo della mia nuova canzone, 'Affascinante', mai compariva la parola Musica: ma era lei la protagonista, lei ad affascinare tutti se ascoltata, lei a sfiorarmi le dita se la cercavo sulla tastiera, lei che 'briosa, spumeggiante', per strada faceva ‘girar la test'a tutta la gente’.
Anche Pino Veneziano, ora scomparso, un grande cantastorie da sempre amico mio, cadde nell'automatico tranello. Scendendo le scale di Jojò per il 'Lido Zabbara', a Selinunte, mi vide solo, seduto su uno dei gradini di legno, mentre canticchiavo guardando oltre la spiaggia il mare e si arrestò in silenzio alle mie spalle. Non visto ascoltò il mio canto e, quando smisi, rendendosi infine a me palese esclamò: 'Ma lu sa, Pinù, chi 'sta canzuna è bbedda veru? (Ma lo sai, Pinùccio, che questa canzone è bella davvero?). Poi - lui sapeva che mi ero lasciato con Vera dopo anni d'amore - esitando aggiunse: 'A mia lu po’ diri, chi ffa... ggià ti ’nnamurasti ’n atra vòta? (A me lo puoi dire, che fai... ti sei già innamorato un'altra volta?). Ed io: 'Sulu di musica mi 'nnamuravi, don Pinu, sulu di musica... nun si scantassi! (Solo di musica m'innamorai, don Pino, solo di musica... non tema!)".

Raccogliendo l'invito rivoltomi da Piero Nissim a contribuire con ricordi personali a precisare nella memoria di tutti la figura del nostro comune amico cantastorie Pino Veneziano, ho voluto qui sopra riportare dal mio "Quarant'anni cantati" (Edizioni il Campano - Pisa - 2005) un episodio di per sè bastevole, credo, a far intuire di quale profonda attenzione (ed affetto e rispetto) fosse intessuto il nostro rapporto per alcuni decennii, praticamente fino alla sua morte: la stima che don Pinu ed io avevamo l'uno per l'altro ha certo rafforzato entrambi nell'inflessibile intento che occorre nel nostro mestiere bello e difficile. Quella straordinaria nostra vicinanza umana e intellettuale non fu solo dovuta alla nostra comune attività di cronisti poeti-cantastorie. Non sarebbe mai stata possibile una tale amicizia, così solidale e duratura, se non per il fatto che abbiamo avuto entrambi la fortuna di nascere in Sicilia e crescere poi nello stesso luogo: all'ombra dei capitelli dorici dell'antica Selinunte, la più possente città dorica dell'antica Grecia, il baluardo della Magna Grecia nel mare africano, sulla costa siciliana di fronte a Cartagine. Nessun critico, per quanto geniale, potrà mai penetrare e sciogliere veramente il nodo, il vero perchè del 'modo' creativo di Pino Veneziano (nè, mi si permetta, del mio), se non andando a vivere giorni e notti a Selinunte quando non ci sono turisti, dall'autunno inoltrato fino a tutto febbraio: lì potrà in profondo recepire quel che gli serve, perchè incontrerà la vera magia del luogo (e della gente del luogo) nei negozietti, nelle locande, all'asta del pesce la mattina all'alba, nei ristoranti e bar comunque aperti, nelle botteghe di falegname o di barbiere e, poi, nell'oro delle colonne e delle sabbie, nel verde tenero delle colline a uliveto e vigneto, in quello scuro dei resinosi arbusti tra le dune, nel mare invernale cangiante dal violetto al turchese. Se - come dice Platone nel 'Simposio' per bocca di Socrate - "la Bellezza è un'unica dea che nutre di sè le varie forme'", in ognuna di esse la dea ha superato sè stessa a Selinunte: un abbraccio perfetto tra natura e cultura, dalle onde alla sabbia e alle colline, dalle colonne ai capitelli e ai musei. Chi vive in un posto così bello - perchè non ammetterlo - è comunque fortunato: la Bellezza ha un silenzioso enorme potere educativo e se, poi, in un luogo c'è un miracoloso equilibrio di vera Bellezza sia naturale che culturale... ogni abitante se ne nutre nel corpo e nella mente e non c'è chi non si senta come minimo un poeta. Se tra tutti questi fortunati poeti c'è chi ha - per supplementare fortuna d'orecchio e di talento - la curiosità e la pazienza di imparare inizialmente almeno una decina di accordi per accompagnarsi con una chitarra... ecco nascere dal poeta un cantastorie. Perchè stupirsi? In paese e in tutta la zona attorno, da bambini eravamo affascinati dai cantastorie. Non c'erano ancora automobili ma carretti scolpiti e colorati, trainati da cavalli lucenti infiocchettati. Memorabili, le cantate dei carrettieri! Da questi, spesso i cantastorie prendevano metro e cadenza. Ai tempi di cui parlo, il bello era che non c'era ancora la televisione neppure in bianco e nero e per molti (questo era il brutto) neanche il pane e la scuola. Mio nonno Peppino, scultore liberty e appassionato oratore, amico di Pietro Nenni, aveva guidato i braccianti nella occupazione delle terre ed ora, ogni anno, organizzava la 'festa del 1°Maggio' aggiungendo al colore dei carretti e dei pennacchi dei cavalli le ghirlande gialle dei 'ciuri di maju' ('Fiori di Maggio') in una selva di bandiere rosse. I cantastorie cantavano ammiccando alle scene del loro cartellone e venivano a farlo nei giorni di festa perchè la gente avesse tempo e fossero in molti a correre per vederli e sentirli (e ad offrir loro una monetina). Piccoli o grandi correvamo in piazza per informarci, per sapere, per imparare divertendoci. C'è da stupirsi se Pino Veneziano ragazzo ed io bambino (di cinque anni quando lui a diciassettte venne a stare in paese) sognammo di fare i cantastorie come, in luoghi apparentemente più civili, altri sognano di fare il pompiere o lo scienziato?

Ho parlato fin qui, spero utilmente, del luogo magnifico e del contesto culturale da cui venimmo Veneziano ed io - moderni cantastorie - con tanto di dischi da posare davanti, sul tavolino basso, assieme al cestello delle offerte. Vorrei però ora marcare più nettamente il segno attorno a don Pino, l'amico con cui - cantando - ho movimentato infinite notti nelle magiche estati selinuntine e col quale ho amichevolmente condiviso argomenti ansie timori sogni delusioni e incazzature per altrettanti inverni. Inverni dove si cantava come d'estate solo se capitava una comitiva di turisti o di amici, altrimenti si guardava il mare stando zitti o ci si isolava in un angolo a provare canzoni da cantare agli altri quando pronte. Tutto questo avveniva a Selinunte, estate o inverno che fosse, al ristorante dove ci si vedeva e dove don Pino lavorava. A Selinunte non cantavamo mai in piazza, non ricordo di averlo fatto: possiamo forse, come ora faccio a Pisa, essere andati a volte a cantare in un altro ristorante o albergo del posto, se richiesti. Cantare in piazza no: come 'mestiere' il cantastorie lo si faceva solo se andavamo o ci chiamavano altrove, in altri paesi. Al nostro era un 'cantare tra amici al ristorante' anche se questo avveniva - quotidianamente - in mezzo a cento o duecento persone. Fu giusto così, mi dico: Selinunte non è un posto dove i cantastorie vanno a cantare, Selinunte è per noi la sorgente, la forgia di noi cantastorie, la 'skola', il posto da dove poi i cantastorie vanno in giro a cantare! Il ristorante fu prima il "Lido Azzurro" dove don Pino faceva il cameriere (come il nostro comune amico Joiò, che da ragazzo aveva fatto il bagnino nella spiaggetta sotto il locale). Gestore del posto il nonno di quel Benny Atria che, di recente, ha collaborato ad un magnifico documentario su Selinunte con il Sovrintendente alle Antichità della Sicilia Occidentale Sebastiano Tusa, ma ai tempi di cui parlo era ancora bambino. Poi il ristorante dove continuò ad esplodere il fenomeno delle 'serate di massa con cantastorie' fu"La Zabbara", che don Pino mise in piedi con Joiò e Giacomino e nel quale - oltre a me che non sembravo saper fare altro - egli cantava quasi ogni sera, malgrado le sue incombenze di 'ristor-attore', con sempre maggiore successo: successo di Pino Veneziano che, da allora, cominciò a espandersi in Sicilia e - presto - anche fuori dell'isola.

Vediamo ora un po' per volta le tappe di quel successo, per quello che ne so personalmente. Su quel che non so, già vengono e verranno in aiuto contributi di altri che hanno avuto come me il piacere di conoscerlo e amarlo: ad esempio, gli amici del premio intestato a Pino Veneziano che si svolge ogni estate a Selinunte ci hanno promesso un plico di sue cose inedite. Da parte mia posso intanto chiarire che, a differenza di don Pino, essendo io migrato con i miei da piccolo a Pisa (altra città dove l'educazione alla Bellezza è prevalente), pur mantenendo per tutti i mesi estivi e nelle vacanze di Natale un rapporto diretto e vivo con mio nonno Peppino e la magia di quegli antichi luoghi e persone, 'al nord' prendevo intanto parte ai 'movimenti' studenteschi e operai di quegli anni, che a Pisa furono particolarmente forti e precoci. Bisogna quindi tener conto che quando l'amico Veneziano venne a Selinunte in cerca di lavoro da cameriere dalla vicina Castelvetrano dove già ci si vedeva e imparò, quarantenne, nel '73, la chitarra dal nostro comune amico e maestro zu Vicè ('Pidicuddru') e iniziò infine a musicare i propri versi, 'al nord' io avevo inciso per i 'Dischi del Sole' (con il 'Canzoniere Pisano' che ventenne avevo fondato con Piero Nissim nel '66 e poi rinnovato dal '69 con Alfredo Bandelli), avevo cantato in giro con la Daffini e la Balistreri per il Nuovo Canzoniere Italiano, avevo cercato tra le canzoni popolari in archivio a Milano nei meandri del nostro 'Istituto Ernesto De Martino' quella 'verità non scritta' che Gianni Bosio m'indicò trovarsi nella 'tradizione orale delle classi subalterne', avevo poi fondato i 'Dischi di Lotta Continua', diretto con altri i 'Circoli Ottobre'', lavorato con Dario Fo dal '69 e con Pier Paolo Pasolini dal '70 al '73. Accertata che fu da tutti noi, amici suoi indigeni, la vocazione di Pino Veneziano a fare il cantastorie ed osannata la bellezza dei suoi versi in Siciliano, personalmente non smisi di interessarmene ogni volta che potevo, di dargli amicizia e aiuto, di affiancarlo nell'arrangiare le sue prime canzoni, di esortarlo a scriverne di nuove, di appoggiarlo felice nei cori quando iniziò (era un uomo riservato) ad esibirsi al ristorante, di invitarlo infine a cantare dal palco ogni volta che capitavo con uno dei miei spettacoli in Sicilia. Cosa è mancato allora - di fatto e non certo a causa di Pino Veneziano - per una pubblica, piena e non postuma affermazione del suo genio? Cosa si è frapposto ad un suo successo 'ufficiale', consacrato non dalle giurie di Sanremo ovviamente ma - come dovuto ad un cantastorie - dalle centinaia di migliaia di persone che cantano in coro le tue canzoni (come, per puro miracolo di coincidenze, accadde a me per l'intero 'movimento') o almeno da un convergente consenso del mondo intellettuale 'impegnato' che ne decretasse 'ufficialmente' (lui ancora in vita, come accadde a Rosa Balistreri e a Ciccio Busacca, ad esempio) la poetica bellezza, la forza di vero cantastorie? Felice anch'io - voglio dire - che Buttitta e Borges lo abbiano conosciuto ed amato, fiero di averlo presentato a De Andrè... ma non mi accontento: è normale che chi lo ascoltò cantare di persona anche una sola volta lo habbia subito amato quanto noi che lo ascoltavamo ogni sera. Questo però accadde - ed anche ai noti poeti appena citati - a Selinunte, in Sicilia, dove don Pino risiedeva e operava: in troppo poche occasioni e per un arco di tempo troppo breve, don Pino andò oltre lo Stretto a cantare. Quali sono dunque le cose che non han giocato a favore di Pino Veneziano, dal '73 (quando iniziò a cantare) al '94 (quando ci lasciò)?

Non avendo avuto modo di aiutarlo ancora di più, potrei ora evitare rimorsi e sensi di colpa versando fiumi d'inchiostro sui 'sentimenti' che avrebbero concorso al personale declino di don Pino (...innamorato di una moglie possessiva, poi prematuramente scomparsa lasciandolo nel dolore...), ma per onorare la memoria del mio amico cantastorie cerco cause vere e precise e ne individuo, almeno due, nello spazio e nel tempo. Una fu la distanza che è causa d'isolamento per quella nostra landa natale, che non sarebbe così magica e bella se non a lungo dimenticata: rara e preziosa 'isola culturale' superstite del nostro mondo arcaico mitico e vero, che altrove spesso perde nel generale degrado i carnati della sua naturale Bellezza e i segni della sua Bellezza culturale. Magnifico isolamento quindi, che però (con le sue chilometriche distanze dal 'mondo moderno') tenne prima Pino Veneziano sconosciuto ai più, poi difficilmente reperibile e gestibile e poi, ancor peggio, sempre lontano dai media. L'altra causa fu l'evolversi o, peggio, l'involversi della situazione politica, che da allora (con parentesi di fragile democrazia e ottimismo 'di sinistra'') non ha fatto che peggiorare fino all'attuale telecrazia. Quando infatti, a metà degli anni settanta, riuscimmo a stento a produrre e pubblicare il suo primo ed unico disco si era alla fine delle glorie movimentiste. Non a caso, nello stesso periodo, amaramente scrivevo 'Compagno sembra ieri', con la quale prendevo le distanze da un modo di fare politica che ai miei occhi pencolava ormai verso il tragico nulla attuale.

Più precisamente, voglio affermare che quando a Pisa - attorno al 'sessantotto - facevamo dischi si era sul nascere del 'movimento' e della sua euforia ottimista. Inoltre, Piero Nissim ed io e Alfredo e tutti gli altri abitavamo al nord, 'in continente', e persino i cantastorie siciliani 'vecchio modo' allora più famosi abitavano al nord, Rosa Balistreri a Firenze, Cicciu Busacca a "Comu, vicinu Milanu" (parole sue): dal '66 al '73 relazionammo col nascente e poi montante 'movimento' (e le sue strutture culturali alternative) più facilmente di quanto Veneziano - se fosse stato già pronto e lo avesse voluto - avrebbe potuto fare da Selinunte. La nostra volontà di incidere in ogni senso ebbe il vantaggio di essere in sintonia con le capacità del 'movimento' nel suo momento migliore. Quando invece Pino Veneziano, che imparò tardi a suonare, si sentì infine pronto anche ad incidere le sue cose, si era ormai a metà degli anni 'settanta: l'euforia ottimistica del 'movimento' era durata fino al '73 e stava ora arrivando il cosiddetto 'riflusso' (che presagii scrivendo "Compagno sembra ieri" e che poi - come tutti i 'compagni' di allora, Pino Veneziano compreso - vissi e soffrii, quale esso fu, come uno strangolamento dell'Eros). Carlo Alberto Bianchi ed io, che li avevamo fondati e diretti prima da Milano e poi da Roma, lasciammo i 'Circoli Ottobre' (diventati ormai, grazie allo slogan 'la politica al primo posto', una appendice solo economica da spremere per il giornale 'Lotta Continua'). Si trovarono così a doverci sostituire i bravi Sergio Martin e Piero Nissim che si trasferirono appositamente a Roma e, poveri loro, dovettero fare del loro meglio prima del prevedibile naufragio da me inutilmente preannunciato: lasciando per sempre la sede dei Circoli, ero infatti appositamente passato dalla sede del giornale per consegnare ad Adriano Sofri, il nostro 'capo' di allora, un mio documento dal titolo eloquente,"Il pesce marcio puzza dalla testa".

Scesi con Vera (mia compagna di quei tempi fantastici) a Selinunte per purificarmi da tutto quel veleno e... Veneziano sembrava ora voler fare un primo disco (un 'Ellepì' si diceva allora), l'unico che poi fece e che di lui rimane. L'amico era artisticamente maturo e pronto a rischiare, desiderava infine fare un disco, ed io ero in difficoltà persino per il mio! Siamo ora infatti nel '75: Adriano Sofri (che con infiniti altri 'compagni' avevo seguito per anni), pur non dissentendo dalla 'spietata' analisi che pubblicamente offrivo in "Compagno sembra ieri", si opponeva alla sua immediata pubblicazione come si era sempe fatto prima e così la canzone - che cantavo in giro e a lui cantai tra i primi - restava discograficamente in un cassetto. Perfino Fabrizio De Andrè, commosso, aveva inutilmente tentato di farmi incidere per la sua casa discografica: mi volle per questo con sè a Milano, testimone Dori Ghezzi con la quale lo trovai a letto nell'albergo dove mi aspettava per portarmi alla 'ProduttoriAssociati'. Uscii dunque anche da Lotta continua, che sprofondava e poi annegò in quella che tra noi già da tempo chiamavo ironicamente 'la via alcolica al socialismo', praticata nella quasi totalità dei casi da una sua emergente corrente 'neo-stalinista'. Non avevo più niente da muovere. Ero solo come mio nonno Peppino dopo l'ascesa di Craxi alla segreteria del PSI, quando se ne uscì dicendo che ormai il Partito Socialista era completamente in mano alla massoneria (il paragone non mi sembra azzardato, visto che Sofri si stava ora industriando a cambiar in Reporter il nome dell'ex nostro quotidiano Lotta Continua per salvare il posto a sè e agli altri giornalisti, con i soldi pubblici, tramite il suo amico massone Claudio Martelli e l'amico del suo amico, il massone Bettino Craxi). Che fare per Pino Veneziano? Nulla? Spes ultima dea! Visto che in Sicilia pochi anni prima don Pino si era visto con il Piero Nissim e che ora Piero con Sergio Martin gestiva i 'Circoli Ottobre', ovvio che subito pensai di indirizzarlo presso i loro uffici romani. Mancava però una buona occasione per farlo in 'pompa magna' così da rendere l'operazione 'politicamente corretta' ('economicamente vantaggiosa' o almeno 'non azzardata') agli occhi della Direzione di Lotta Continua.

Tale occasione si presentò dopo che organizzai a Pisa per l'amico cantastorie Fabrizio De Andrè, ovviamente con l'aiuto di tutti, il concerto inaugurale del suo primo tour. Timido a inizio concerto ma ora entusiasta, Fabrizio mi chiama a metà a cantare sul palco le mie tre canzoni che amava di più ('Eccoti lì a pensarla', 'Fatima e Fawzia', 'Yanì sulla strada di Ibiza') e poi, alla notturna resa dei conti economica dell'evento, non vuole nulla dall'incasso (neanche per le spese): ci rinuncio subito anch'io e devolviamo tutto ai circoli giovanili della città. La mattina dopo Fabrizio si sveglia con un rodimento interiore e poi - in San Martino a pranzo da mia madre - scopre le carte: dice che in pratica è come se si sentisse quasi personalmente in colpa per la mia (per altro abituale e a lui nota) povertà. Da amico, dopo avermi offerto denaro (da me subito rifiutato), mi chiede cosa farei se avessi i soldi che lui ha comunque, anche come famiglia. Gli dico che come prima cosa mi sarei comprato una bella Gianninni 'a spalla cadente' come la sua invece di continuare a suonare con una chitarra qualunque. Di slancio mi regala la sua chitarra rendendomi felice ma poi, quando mia madre ci faceva ormai servire il caffè, insiste - non ancora soddisfatto - e chiede cosa ancora io desideri. Quasi infastidito, imbarazzato davanti a Vera e a Dori e ai miei, provocatoriamente (per farlo smettere) gli chiedo il massimo: di venire a trovare Vera e me, con Dori, entro pochi giorni, a Selinunte dove eravamo al mare quando mi aveva raggiunto per telefono al 'Lido Azzurro' tramite mia madre (che da beata capotavola presiedeva ora alla tenzone con occhi che solo io sapevo sbalorditi) per farsi organizzare il concertone di Pisa. Poi da Selinunte, gli dissi, saremmo andati a trovare una mia cugina di Marsala, sua ammiratrice, per farle una bella sorpresa. Accadde l'imprevisto: Fabrizio e Dori accettarono subito sorridendo ed io, con Vera, tornai davvero, in 'Lambretta', di nuovo giù in Sicilia, a Selinunte, ad aspettarli. La vecchia 'Lambretta' che l'amico pisano Afo Sartori, innamorato del jazz, prestò quell'estate a Vera e me per muoverci agilmente 'su e giù per lo stivale'... era la stessa che, una decina di anni prima, Afo aveva prestato diverse volte (a me e al comune amico Nino Lobello ) per andare - in due al freddo, su quella 'Vespa dimagrita', aggrappati a cavalcioni d'essa - fino a Sanremo per sentire (e vedere e toccare e abbracciare!) le stelle internazionali presenti per l'annuale vivissimo 'Festival del Jazz' di quella ridente località, altrimenti nota per il suo 'Festival della Musica Leggera' (definito da molti con orrore 'la tomba della canzone italiana' per via della musica, davvero troppo leggera, di tali barbose riunioni). Fu grazie a quei disagiati viaggi a Sanremo a metà degli anni 'sessanta per 'vedere il Jazz' che, in una di tali occasioni, ci intravedemmo con Fabrizio per la prima volta (anche lui appassionato di jazz e come noi a Sanremo a caccia di emozioni). Ci conoscevamo solo di fama: di sei anni più grande, lui sfornava su piccoli 45gg le sue prime canzoni, io invece ero 'quello del Canzoniere Pisano' che aveva pubblicato il primo disco ('Canzoni per il Potere Operaio') e che da Pisa faceva parlare di sè. La Lambretta, ripeto, era la stessa che servì poi, una decina d'anni dopo, a Vera e a me per andare ad affiggere per due volte i manifesti di Fabrizio: a Pisa e in Sicilia.

Sì! Dopo il concerto di Pisa affiggemmo manifesti di De Andrè anche in Sicilia e spiego subito perchè. Eravamo lì di nuovo a Selinunte, Vera ed io, stavolta anche in attesa di Fabrizio e Dori, e andiamo a Marsala a trovare mia cugina. Dopo il ricco pranzo, dico separatamente a suo marito che tra una decina di giorni vorremmo tornare a trovarli con il nostro amico Fabrizio De Andrè : "Per mia cugina sarà una bella sorpresa... se non schianterà per l'emozione!", dico per esser certo di trovarli a casa il giorno giusto. Niente da aggiungere. Ma il marito mi trae ancor più in disparte per saperne ancora e, infine, decide che comunque... lui correrà in Comune a chiedere lo Stadio: "Non è giusto tenere Fabrizio per noi... senza offrirlo a tutti!", mi dice. Fu così che, come nel bel miracolo cristiano dei pani e dei pesci che non finivano mai, 'la somma di tutto l'Amore che era nei grandi e piccoli atti di tutti noi' fece in modo che la bella sorpresa a mia cugina si moltiplicasse d'incanto in una bella sorpresa per tutti: il marito di mia cugina (da noi felicemente sorpreso) corse eccitato in Comune a chiedere lo Stadio, in Comune (felicemente sorpresi) concessero lo Stadio immediatamente, un tipografo (felicemente sorpreso da noi nel sonno) stampò di notte i manifesti, Vera ed io (sorpresi per la seconda volta in piena vacanza) corremmo ad attaccare tutti quei manifesti in giro per la Sicilia, molti Siciliani (favorevolmente sorpresi seminudi) decisero sotto l'ombrellone di venire a vedere e sentire Fabrizio, mia cugina (sorpresa e finalmente felice) potè conoscere Fabrizio e averlo a pranzo prima del concerto, Fabrizio (sorpreso da me in albergo di nuovo a letto con la Dori) cantò per tutti allo stadio. E le gradinate? Piene di gente, da tutta la Sicilia! Bene. Ma don Pino? Che c'entra Pino Veneziano? Dulcis in fundo, è questa la sorpresa che tenevo in serbo per i più pazienti: adesso (deliziati e sorpresi anch'essi) sapranno. Don Pino (tanto sopreso da rischiare un collasso) seppe da me di dover cantare con Fabrizio De Andrè allo stadio di Marsala, Fabrizio (da me sorpreso di nuovo e a tradimento) quando a Marsala mi chiamò a cantare sul palco a metà concerto come a Pisa mi vide salire con Pino Veneziano e senza spiegazioni presentarlo al pubblico e cedergli il posto mio perchè cantasse sue canzoni, i Siciliani presenti (di nuovo favorevolmente sorpresi) fin dalla prima ('la Jatta') letteralmente sommersero don Pinu di applausi.

Era la 'pompa magna' di cui avevamo bisogno: una carta da visita prestigiosa, utile a fare uscire un già grandissimo cantastorie dall'anonimato del mondo 'ufficiale' moderno, pieno di nodi da sciogliere non meno di quello antico. Potevamo ora premere su LC e, con buone ragioni, sperare che venissero superate le cautele della sua 'Commissione Nazionale di Finanziamento'. Ora forse Piero Nissim e Sergio Martin potevano ottenere carta bianca per i Circoli ed editare l'ellepì di Pino Veneziano: "Lu patruni è suverchiu" (il padrone è superfluo), l'unico che purtroppo incise e che possiamo ancora ascoltare. Piero e Sergio si dettero molto da fare per questo: lo so perchè, in ansia come un padre, con grande discrezione (ero uscito sia da Circoli che da LC e non mi sarei dovuto immischiare) ne seguivo le mosse. Interessatomi perchè uscisse il suo disco e augurando a don Pino ogni fortuna, mi stavo ora impegnando a far uscire il mio, di disco: "Compagno, sembra ieri". Prima le resistenze del Sofri a pubblicarlo subito nei 'Dischi di LC', poi il rifiuto della 'Produttori Associati' malgrado il desiderio di Fabrizio... se non trovavo un buco nella cuffia, quella canzone (la cui sincerità, ora capivo, dava fastidio a molti) rischiava di muffire davvero nel cassetto. Mi sentivo davvero solo al mondo. Dopo un decennio di Amore per tutti giungeva il tempo che molti se non entravano in primalinea o nelle bierre finivano per usare la siringa o girare i bar da veri alcolisti, ma il 'rotto della cuffia' da cui uscii felice col mio bel disco in mano me lo indicò Mara Lazzarino, che a Milano sempre mi ospita per affetto all'occorrenza: una mia mezzora di lamenti e poi... "Devi far pace con quelli del Nuovo Canzoniere e pubblicare l'ellepì per i Dischi del Sole!", disse semplicemente, con lucida intelligenza e schiettezza. Fu così che, grazie a Mara, anche il mio 'Compagno sembra ieri'' uscì.

Su don Pino Veneziano mi è difficile ricordare altro in maniera ordinata: dopo 'quarant'anni cantati' ed oltre, coordinare volti e situazioni e date non mi è più tanto facile. Dopo il '75, che fu un anno anche amaro (perchè - oltre i bei concerti di De Andrè a Pisa e a Marsala e l'uscita dei 'long playng' di don Pino Veneziano e mio - vide la fine naturale di mio nonno Peppino e, ad Ostia, quella indicibile di Pier Paolo Pasolini con cui avevo collaborato per il film "12 Dicembre" sulla strage di Milano), ho vissuto ogni estate per mesi a Selinunte fino all'85 e poi, dall'86 all'88, abitato a Trapani per lavoro. Anche da lì giravo la Sicilia per mio studio e diletto: mete preferite Selinunte, dove sempre vedevo don Pinu e gli altri, e Menfi, poco distante, sull'altra riva del Belice dove inizia il territorio di Agrigento (che migliaia di anni fa visse la magica filosofia del grande Empedocle e dove, ora, io incontravo settimanalmente il mio maestro in ritmica berbero-mediterranea ed ottimo chitarrista e amico Antonino Barbera). Ho continuato dunque fino a fine '88 a condividere con Pino Veneziano le cose che già ci univano, se non aveva altro da fare. Quali cose? Oltre lo struggimento comune a tutti noi per le sorti del mondo che, dopo due parole sulle novità, don Pinu ed io condividevamo in complici addolorati silenzii, ci univa parlare incantati di Natura & Amore & Musica o cantarci le nuove canzoni in corso d'opera per ricavarne reciproci suggerimenti e giudizi o - se capitava improvviso un gruppo di turisti o di clienti amici - divertirci alla grande cantando e sbalordendo gli attenti commensali come si è usi fare dai tempi di Omero. In lui 'vedevo' Fedro, le sue favole morali. Se le tralasciava, infatti, gli chiedevo di cantarmi ''La Jatta', 'Settembri', 'La Festa di li Porci', che preferivo tra le sue canzoni: a prescindere dal dato meramente politico, era l'aspetto greco, insieme ludico e morale, quello che m'incantava di più di Veneziano e che - anche oggi - vedo come il tesoro da riscoprire per far veramente rivivere il nostro caro scomparso poeta-cantastorie.

Negli ultimi cinque anni di vita di don Pino non fui presente. Ero tornato dall' '89 a Pisa e da lì mi ero occupato di missioni di pace in Medio Oriente (per conto della Lega per il Disarmo) fin dopo la 'guerra del golfo'. Meno male però che, prevedendo la fallacità della memoria, da bravo allievo di Gianni Bosio (e, per suo tramite, 'param param' di Ernesto De Martino), quando - estate '88 - don Pino Veneziano non era più nel giro (dei due ristoranti che cantando avevamo reso famosi), mi venne voglia di andarlo a trovare a casa: lo feci con un mio operatore trapanese (lavoravo allora sul folklore per una emittente siciliana) che filmò ogni particolare di quel nostro incontro, colmo di affetto e rispetto ma anche di popolare cultura e bellezza, di puro amore per musica e poesia, di slanci euforici ed amare riflessioni. Non appena digitalizzato, potremo mettere anche questo in rete come contributo e (se riesco a raschiar bene il fondo del barile) avremo anche le presenze di 'don Pinu' alla trasmissione tv che tenevo da Trapani in diretta ogni giovedi sera da 'Telescirocco'. Per ascoltare le canzoni dell'unico disco di Pino Veneziano (e averne i testi e la loro traduzione dal Siciliano) occorre pazienza: c'è da sudare, da parte di chi ne dispone, per riversare e immettere in rete il tutto. Più in generale, ci verranno in soccorso i contributi piccoli o grandi di chi, tra gli amici di don Pino, possiede ricordi, foto, brani inediti... Cose, queste, che tutte si assommeranno, sedimenteranno, solidificheranno fino a consistere (già ora in nuce lo sono) in un vero e proprio 'Monumento Documentale alla Vita e alle Opere del Cantastorie Pino Veneziano'.

Ce n'è davvero bisogno in un mondo che accoglie con una pagina ciascuno su Wikipedia sia me che l'amico don Pinu, ma sotto la categoria 'cantautori' perchè (sull'imponente enciclopedia più 'popolare' del mondo) la categoria 'cantastorie' non esiste! Ha forse ragione allora, con Wikipedia, anche Vincenzo Consolo quando - in apertura del suo contributo alla memoria di don Pino Veneziano - afferma addolorato che ora "si sono perse le voci, e per sempre, dei poeti e dei cantori popolari di Sicilia così come d’ogni altra regione o plaga di questo nostro paese, di questo nostro mondo d’oggi assordato dai clamori imperiosi della violenza e della stupidità"? Toccandomi bene, affermo invece che in questo mondo moderno,"assordato dai clamori della violenza e della stupidità" non più di quello antico, di cantastorie ce ne sono per fortuna del mondo ancora tanti (invito Vincenzo e tutti a vedere su Youtube il grande Filippo Leonardi di cui mi sento uno dei più fanatici fans) e li vedo lottare (come Omero nei Sepolcri del Foscolo) contro i "clamori della violenza e della stupidità" al fine di 'bucare il video' della attuale telecrazia per dare Verità, Cultura, Amore per la Bellezza. Bene farà dunque il Consolo a non trarre affrettate conclusioni sulla nostra estinzione e a trovare invece tempo per una occhiata sul web: le sue preoccupazioni, certo dettate dal suo amore per noi cantastorie, svanirebbero. Sarebbe felice di scoprire i nuovi cantastorie ed anche di sapere che, se in questi anni se ne sono purtroppo andati i nostri Pino Veneziano e Alfredo Bandelli e Fabrizio De Andrè e Ciccio Busacca e Rosa Balistreri, tra i vecchi reggono ancora bene Enzo Del Re di Mola di Bari, Claretta Salvo e Rocco Pollina di Trapani, Umberto Leone di Selinunte, io che tra Selinunte e Pisa faccio da mezzo secolo la spola e ancora, tra tanti, la Giovanna Marini, il nobel Dario Fo, l'oscar Benigni, Marco Chiavistrelli, Davide Riondino e tanti altri. Paolo Pietrangeli no, lui ha mollato: l'autore incazzatissimo (nel '68) di 'Contessa' - vinto per fame, lui dice - abbandonò il mestiere per dedicarsi alla regia televisiva del piduista Maurizio Costanzo 'Show' nelle reti del piduista 'Silvio, Presidente del Consiglio'.

Dovrei ora, per raccogliere il ricordo di Pino Veneziano in una degna cornice, dire anche del nostro "pubblico" di allora. Lo metto tra virgolette perchè, per fortuna nostra, normale pubblico non era ma uno stormo in quantità variabile di Artisti protagonisti e comprimarii a loro volta supportati da continui Cori, da improvvisi provetti Danzatori, dal Battimani a tempo di intere lunghe file di 'Clienti-attori' tutte immancabilmente attraversate da 'Attori-camerieri' che (come varcando a piedi onde di mare) raggiungevano volta volta la giusta fila di destinazione con reali acrobazie (condite di battute e di risposte a tono), riuscendo fra tanto anche a far sì che sui loro grandi vassoi tenuti in alto... i cucchiaini da caffè (sdraiati sui piattini a lato di decine di tazzine fumanti) squillassero tutti a tempo nelle 'calcolate' ma inevitabili scosse del percorso. Non solo Buttitta prima e poi Borges ne furono incantati e Lucio Dalla e De Andrè : sulla copertina del solo disco di Pino Veneziano campeggia, oltre alla bella nota di Ignazio Buttitta che lo presenta, una magnifica veduta (con"Amore tra i capitelli e le dune") incisa dal Tono Zancanaro che Selinunte scoprì prima di altri. Di quell'atmosfera selinuntina, di quel sogno senza tempo che mi vide bambino cantare le canzoni di Fabrizio a chi non lo conosceva e da grande poi portarlo lì famoso a godere di quella sorgente di luce, adeguata al locale millenario passato, ricordo tutto. Persino gli odori. Ma dei cento magici 'attori' che allora eravamo (come volessi ora ripensare a intere classi di compagni di scuola) ricordo solo i comprimari: lo 'zio' Ignazio ad esempio, che suonava il basso. Lo 'zu Gnaziu' (padre di bambini che da grandi ho ancora amici miei, uno mi ha portato a Berlino a cantare!) per 'fare il basso' soffiava nel suo 'Bbùmmulu' di terracotta preferito, facendolo volare in alto e a tempo! Poi c'era Tano (Tanùzzu, detto 'Napuliùni' per la sua statura) che schioccava le mani davanti alle labbra, con miracolosa varietà di timbri, modificando ad arte il cavo orale. Giacomino (un 'forse ex tombarolo' che poi, genialmente assunto dalla Sovrintendenza, diventò davvero e onestamente uno dei maggiori artefici dei ritrovamenti che portarono all'attuale assetto del Parco Archeologico selinuntino), immobile salvo i movimenti improvvisi del capo, contribuiva felice alla performance guardando fisso per due secondi netti uno per uno tutti i presenti lanciando (e assicurando così a turno a tutti) un ciclico rifornimento di nutrienti sorrisi. Nenè detto 'Addrìna', cioè gallina, 'cameriere-comico' con me affettuosissimo, impreziosiva il suo ruolo nello show con un suo curioso (e per tutti esilarante) incedere, veloce a brevi tratti alternati da altri, lentissimi, mimicamente esibiti come momenti di estrema cautela. In più, Nenè era spesso incrociato dall'incedere 'mimicamente inciampante' di un altro degli 'attori-camerieri' tra battute e risate: il gigantesco buon "Mariano elefante di Lugano" che, una volta capitato a Selinunte, s'era subito inventato cameriere pur di non tornare a vivere tra le Alpi come un cucco. Buono il Mariano. Ma a volte lo incontravi in giro pensoso come Peppe 'Junta', il misterioso 'attore-pescatore' di Selinunte che viveva solo in una casupola lungo il mare verso la foce del Belice e che - quando raramente si vedeva in paese - rischiava di passar per matto (specie se parlava con 'turisti-attori'', con noi abituè comunicava si può dire solo a gesti), perchè si ostinava ad affermare che, non visto, lui la notte incontrava sulla spiaggia dietro l'Acropoli gli extraterrestri che spesso ci atterravano: due curiosi, che una volta l'avevan seguito dal tramonto a piedi a pescare da riva con le teste di sarda come esca, tornarono correndo due ore dopo, affannati e scossi, dicendo d'aver visto un oggetto luminoso scendere in silenzio lentamente sulla spiaggia là dietro e poi ad un tratto (visto che Junta non era da solo) risalire in meno di un secondo in cielo tra le stelle e, come una stella filante, sfrecciare ad angolo retto in orizzontale verso Palermo fino a sparire. Uno dei due 'curiosi', non ricordo il nome, era 'attore-aiutocameriere' al 'Lido Azzurro'' e Jojò forse ancora lo ricorda. Se passate da Selinunte chiedete a lui: ora in spiaggia, sotto l'Acropoli, gestisce il 'Lido Zabbara'.

Lo zio Vincenzo infine, era davvero unico. Tra i tanti che si era in estate (ogni giorno a pranzo almeno cento tra 'Ristor-attori' e 'Clienti-attori' tra cui molti 'Attori-turisti' e, poi, con 'repliche' dopopranzo e a cena e, nei dopocena, sempre fino allo stremo) lo 'zu Vicè', 'don Vicè', zio Vincenzo, era l'unico tra noi ad essere davvero 'attore' senza alcuna fatica: cenava a casa con la moglie nella botteguccia dove di giorno vendevano granita di limone fatta da loro (porta a porta con la 'attrice-sacerdotessa' che donava benedizioni e consigli) e, appena dopo cena, appariva improvviso, con un subitaneo e lieto volgersi a lui delle teste di tutti, all'entrata del ristorante zeppo di pirati. Pieno di grazia procedeva poi oscillante, sfiorato e accarezzato, quasi a tratti sorretto, da noi tutti più giovani, i suoi 'putti', come un Sileno nei sacrali cortei graffiti attorno agli antichi vasi su cui potevi allora inciampare a Selinunte camminando tra le dune. Sapendosi, più di ogni altro di noi, al 'Centro dell'Universo', don Vincenzo sorridente e tranquillo si accomodava infine in quella scena fiabesca - seduto bene in vista in prima fila - e, come ignorando un proprio ruolo e perfino sè stesso, senza guardare particolarmente qualcuno, semplicemente si divertiva. Chi lo guardava però ne traeva emozioni che altri 'attori', don Pino Veneziano ed io compresi, non potevano dare: lo stesso suo modo di sgranare gli occhi era spettacolo, il suo ammiccare e ridere tra sè, il suo frequente quasi cadere all'indietro nelle risate più grevi e tonicamente più gravi: spettacolo di per sè, gioia pura. Poi, ma non sempre, non ogni volta che c'era, non certo su ordinazione (che credo nessuno mai si permise fare), ispirato e preso in pieno dalla voglia di suonare, magicamente estraeva dall'ombra uno dei suoi strumenti meravigliosi (chitarre e mandolini che lo 'zu Vicè' si costruiva da sè) e, inevitabilmente, quel momento era per noi tutti il premio più ricco: perfettamente omogeneo a quanto di lui già detto, lo zu Vicè non si atteggiava a protagonista e continuando a ridere tra sè suonava davvero divinamente, accompagnando a chitarra (o infiorettando a mandolino) il cantante di turno. Solo don Pino ed io all'inizio a cantare - finchè la cosa non cominciò a diventare un fenomeno - intramezzati poi, a seguire, prima da Claretta Salvo (grande come Rosa Balistreri nel cantare e, nelle lettere, alieva preferita e amica di Elsa Guggino che insegna nell'atenèo palermitano) e da altri cantori e musici e poeti siciliani di passaggio (sempre lì accolti con gioia man mano che la notorietà del magico luogo si espandeva) e, poi, ancora avanti fin quando cominciarono a cantare con noi anche i più giovani come Rocco Pollina che musicava facendo la spola tra Selinunte, Trapani e Milano e, sempre tra i giovani, Umberto Leone che dopo averci amato a distanza da bambino da Castelvetrano dove abitava e da dove veniva al mare, cominciò da 'strimpellatore-adolescente' a gestire nostri interventi nel liceo dove 'studiava' e poi, maggiorenne, riuscì a dare finalmente un calcio agli studi e a metter casa e famiglia e bottega direttamente a Selinunte e a non esser più costretto a pendolare: da allora, nelle mie frequenti successive discese a Selinunte, lo trovai sempre presente a godere i benefici di quella terapeutica situazione e - per sua agognata e meritata fortuna - ad affermarsi come chitarrista e cantante fino ad essere oggi uno tra i maggiori curatori del ricordi di Pino Veneziano e tra i migliori interpreti delle sue canzoni.

Dovrei ora parlare di Joiò, che ho citato appena qua e là e di cui posso qui solo dire e minacciare che (se non farà presto il suo dovere di scrivere su quei tempi selinuntini) sarò io a scrivere un grosso libro su di lui, visto che fu lui - vettore per tutti noi - il primo ad operare in direzione di quella che è stata la parte positiva del comunque inevitabile sviluppo 'moderno' di Selinunte. Di poco più grande di me (non di quasi tredici anni come Pino Veneziano ma di soli quattro o cinque), conobbi Joiò che ero ancora adolescente e inizialmente lo frequentai attorno ai miei dodici anni. Lui ne aveva credo diciassette (si era 'appena svezzati', allora che si diventava 'maggiorenni' solo a ventuno!). Jojò faceva, proprio sotto il 'Lido Azzurro', il bagnino della 'spiaggetta privata' dove andavo di straforo a fare il bagno: amavo fare i tuffi dalla 'rocca di calanninu', in quel punto poco distante dalla riva, quando d'estate da Pisa scendevo felice in vacanza per mesi da nonno Peppino. Avevo già la chitarra (che indossavo fin da bambino e che fu la mia prima 'ragazza') e così, in spiaggia, ospite sotto l'ombrellone di Jojò, mi accompagnavo cantando all'inizio canzoni nonsocchè di nonsocchì per lui e le sue amiche e, poi, anche le primissime di De Andrè (che 'in continente' già circolavano) e infine, dopo altre estati, prima timidamente e poi bene, anche le primissime mie. Dirò solo... che il 'bagnino' Jojò dalla spiaggia saliva al Lido Azzurro per mangiare... che mi offriva qualcosa perchè non dovessi rientrare per pranzo da mio nonno e mi faceva di nuovo cantare... che lo zio Ignazio, allora in cucina, sentiva e usciva fuori a soffiare sul suo bellissimo 'bùmmulu'... che poi arrivò Veneziano, già poeta, in cerca di lavoro come cameriere e scoprì che a Selinunte poteva finalmente imparare la chitarra dallo zu Vicè...: il resto ormai lo sapete. Tutto compreso fino a me e a Joiò, che questo nuovo millennio trova uno a Pisa (a scrivere di Pino Veneziano e di 'allora') e l'altro a Selinunte al 'Lido Zabbara' (dove è l'epicentro del premio annuale in memoria di Pino Veneziano).

Che altro? Sinceramente, non potrei chiudere il ricordo di quel nostro magico spazio-tempo senza qui ripetere che lo zu Vicè era allora tra noi l'unico veramente 'grànni' (grande) in ogni senso e anche da vecchio: lui il maestro vero e senza emme maiscola che fin da bambini ci è stato d'esempio con il suo fare e il suo non fare, che adolescenti ci ha incantato con le musiche che uscivano dalla sua bottega, che, per liberarci, da grandi ci è stato complice 'maestro-attore' nel suonare e nel vivere (per noi ha costruito strumenti, ispirato testi, insegnato vecchie melodie ed accordi) e che - come mio nonno Peppino che fu scultore, poeta e divino oratore - tutto donò di sè senza nulla prendere a parte il cibo. Grande davvero lo zu Vincenzu del tempo di cui parlo e in cui io e tutti gli altri cento 'attori' qui detti e non detti oscillavamo al massimo tra i venti ed i quaranta: lu zu Vicè ci aveva deliziati da bambini con la sua granita di limone quando ci raggiungeva d'incanto sulle spiagge con il suo geniale e poetico (nonchè autoideato, costruito e decorato) 'carrettino a pedali con baldacchino': si può immaginare lo stupore in più che coglieva specialmente noi piccoli quando ad un suo richiamo vocale, bianconere e splendenti al sole, scendevano improvvise a volargli attorno con giri affettuosi (finchè lui allegro non le congedava) 'li tri soru carcarazzi' ('le tre sorelle cornacchie'), gazze ladre libere e adulte che aveva lui stesso allevato come bambine non appena cadute dai nidi in primavera. Quando da Pisa, invece, scendevo da nonno Peppino per le mitiche vacanze di Natale, niente granite di limone, ma lo stupore e l'incanto c'era lo stesso se guardavi lu zu Vicè (se potevo lo guardavo ad ore) seduto al tiepido sole invernale sulla soglia di casa intento a intagliare manici di strumenti o a laccare di tempere rosazzurrine 'li facci di li ddei affisi' ('le facce degli dei offesi') da lui intuite e poi liberate a scalpello dai legni depositati dal mare per lui sulla spiaggia davanti casa, oltre la strada. Se usciva dal suo 'meditabondo silenzio operativo' notando la mia presenza, dopo avermi salutato tirava fuori un mandolino e lo suonava pretendendo che io lo accompagnassi con la chitarra, se non lo sapevo fare mi metteva le dita in posizione sugli accordi (una volta si era costruito da solo addirittura un autentico banjo e scoprii che lo suonava da dio).

Lo straordinario zu Vicè (Vincenzo Fasulo all'anagrafe sabauda ma da noi indigeni chiamato 'Pidicuddru', cioè 'Gambo', nome di battaglia ora ereditato dal figlio Tano, amico di tutti e 'panellaro', cioè venditore di 'panelle' fritte di farina di ceci) aveva casa-bottega sulla via principale, l'unica lungo il mare, la porta accanto a quella della attrice-santona del paese che viveva sola dando consigli e benezioni a chi la visitava. Già detto questo, è vero, ma aggiungo che da quella porta (da noi piccoli mai varcata ma sempre presente alla mente tra curiosità e timore) uscivano vapori d'incenso e profumo di fiori e aggiungo che, una volta, nel '78, da grande, in quella porta sempre aperta entrai distrutto (da pochi giorni a Pisa mi ero lasciato con Vera) e ne uscii, poco dopo, sereno al punto che riuscivo persino a respirare. Mi aveva 'fatto cenno di venirle accanto e circondato e carezzato dolcemente il mio capo in silenzio per un momento infinito, poi voltandosi indietro aveva scelto decisa un mazzetto di fiori selvatici (tra i tanti che raccoglieva quotidianamente e riempivano le mensole alle pareti): me lo consegnò dicendomi che ora stavo meglio e mi congedò sulla porta prescrivendomi - se mi fossero prese di nuovo 'li tristizzi' ('le tristezze') - di odorare quei fiori e chiudere gli occhi e pensare a lei, per la durarta d'una Ave Maria, respirando lento. Su di lei infine ricordo che, molti anni dopo, la trovai all'alba sul molo stravecchia ma comunque vera sacerdotessa di quel magico teatro greco: con dignità ieratica, immobile come una dea i cui soli capelli si movevano al vento, fissando il mare muta lasciava si raccogliessero, in un canestrello di giunco da lei intrecciato e posto ai suoi piedi, piccole offerte in pesciolini e granchi e polpi e ricci da parte dei pescatori, a lei affezionati e sorridenti, da lei sempre scampati alle procelle.

Giunta certo a firmare in bellezza la 'cornice ambientale' che ho posto attorno ai miei ricordi di Pino Veneziano, tra le scene del nostro teatro selinuntino di allora (non per predisposta mia scelta ma per sopraggiunta folgorazione in tempo reale) emerge ora, segretamente famosa e teatralmente potente come non mai, "La Guerra Dei Due Ristoranti". Come un''Opera dei Pupi' siciliana o 'Chanson de Roland'' (ambientata nel nostro teatro magico, dove i 'pupi' sono veri attori in carne ed ossa), essa è la 'guerra' tra il 'Lido Azzurro' e 'La Zabbara', i due ristoranti selinuntini già noti a chi ci legge. Evento ormai 'storico' e degno di cronache non solo mie, epico e grasso da far esultare Omero ed Aristofane, questa locale 'batracomiomachìa' giace invece segreta, come altre cose, archeologicamente sepolta a Selinunte nella memoria di tutti senza ufficialmente mai fin qui uscirne e, questo, solo per il buffo modo che il Fato usò per infine sedare i combattenti.

Riassumo. Una tiepida sera invernale di mezzo secolo fa, a Selinunte, le ciurme al completo dei due noti ristoranti, sfibrate dalla noia dell'inazione che sostituiva d'inverno l'altrettanto sfibrante stacanovismo estivo, seriamente si sfidarono per un'intera notte a colpi di pomodori, olive, ortaggi, uova e arance. Vietato ogni altro proietto o tipo di arma propia o impropria, vietata ogni diretta violenza a parte il lancio dei suddetti prodotti biologici. Niente ostaggi. Campo di battaglia il paese intero. Inizio al tramonto. Durata, per volontà di entrambe le schiere, fino alla vittoria o alla disfatta. Nell'insieme (a parte i pochi Carabinieri che non erano stati invitati e che giunsero solo all'alba) furono oltre cento gli attori coinvolti nell'evento, comprendendo essi non solo tutti i 'ristor-attori' dei due locali (dagli chef-attori agli attori-camerieri ed attori-aiuto-camerieri fino ai valorosissimi e veloci 'sguatter-attori'), ma anche - al loro seguito - decine di 'client-attori' intruppati nelle due tifoserie (più io che, per rodata fiducia in me delle già decise schiere, avrei dovuto fare severi controlli sulla natura dei proietti con severa pena di espulsione per i contravventori). Tutti gli altri indigeni si serrarono al fine di non essere d'intralcio e si accontentarono di guardare lo spettacolo gratis da dietro le finestre di casa, idem i pochi turisti invernali dalle finestre delle 'stanze in famiglia' affittate. Assalti, scaramucce, brevi fughe e rincorse con molte 'vittime' e niente prigionieri durarono per tutta la notte tra aperti scontri di massa (traboccanti di urla e di risate) e silenziose imboscate per pochi intimi. Tanti, quasi tutti, gli attori colpiti di striscio o in pieno ed esteticamente malconci, ma nessun ferito. Tutto finì d'un tratto alle prime luci dell'alba in perfetto pareggio, senza completa disfatta di alcuno a parte gli imprevisti malcapitati Carabinieri di cui ora vedremo. Complici due attori-caratteristi, un nutrito gruppo di poco esperti generici e comparse (che attendeva di nascosto ad un crocicchio il ritorno di un'auto degli attori-avversari corsi al magazzino del proprio ristorante a rifornirsi di nuovi proiettili naturali) finì per colpire in massa all'unisono 'con un improvviso consistente lancio di ortaggi ed uova' la 'sopraggiungente' auto dei CC del paese che 'nella fattispecie' (poichè tutto portava i degradabili segni di un'intera notte di ecologica battaglia) avanzava con il motore al minimo, esitante tra le case come un carro di marines in paranoia tra invisibili Vietcong. Compiuto l'involontario ed unico misfatto, mentre smarriti i poveri CC scendevano - guardandosi inutilmente attorno - dall'auto coperta e infiorata 'di pomodoro e gusci d'uovo e carciofi', fuggimmo tutti 'come anguille' silenziosamente per vie traverse agli ora agognati giacigli: anch'io che niente di male avevo fatto salvo quello d'esser stato, a Selinunte, da sempre 'fratello come Francesco e il Lupo' di tutti quei simpaticissimi pirati.

"Anche questa è Selinunte!", esclamerebbe - fiero come l'avesse raccontata lui - don Pino Veneziano che di quelle magiche ciurme fece parte. Lo abbraccio... e saluto anch'io i superstiti non assopiti lettori: se ho ancora del carisma da spendere lo spendo per invitare chi ha ricordi di don Pino Veneziano a metterli in rete come contributo appena può. Ad Maiora!

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Pisa, 23 Aprile 2009.

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