PINO MASI Pisae Càpita Mundi
ELOGIO IN
QUARANTA STROFE (Ed. 2000 - RepubblicaPisana)
* 1
Comunità palafittìcola preistorica, dal piatto acquitrino irrorato
e traversato dal fiume si spinse con le sue imbarcazioni lungo l'àlveo
profondo fino all'interno del territorio oltre i monti e giù, oltre la
foce, lungo le coste del mare aperto.
Si era ormai alle soglie della storia quando il legname sottratto
ai monti, gettato nella vena del fiume, portato dalla corrente,
raccolto e accatastato in alto sulle rive per preservarlo dalle piene,
stagionato bene e poi segnato e segato, cominciò a formare, calafatato,
barche sempre più grandi. 2
Fu allora che lungo il fiume, dall'interno, giunsero merci e passeggeri
diretti verso altri lidi e,
da altri lidi verso l'interno, passeggeri e merci. Fu allora che nella
corrente vennero spinti tronchi sempre più grandi per costruire non solo
navi ma ormeggi più solidi, banchine, moli, attracchi, colmate di terra
poste a gradinate lungo le due sponde per caricare e scaricare merci pur
col variare del livello del fiume, ricoveri e tettoie presso gli attracchi,
piani inclinati per varare navi e per tirarle a secco, larghe spianate
dove lavorare e poi case più grandi e magazzini capaci e luoghi e templi
destinati alla gente ed agli dei. 3
Fu allora che le nuove palafitte sorsero monumentali rispetto alle
prime, certamente, ma sempre palafitte rimasero nella struttura perché
il luogo, il terreno, era quello di sempre: una vera città affacciata
al fiume con edifici anche a più piani, adesso, ma come prima sospesa
su piloni di quercia e di castagno confitti nella melma e traversata tutta
da piatte gradinate, acciottolate sopra, lungo le due rive. I viaggi ed
i commerci, con i racconti dei naviganti, oltre a ricchezza portarono
sapienza di altre sponde e, ad altre sponde, nostra sapienza: fu allora che la conoscenza divenne scambio di conoscenza. 4
Fu allora - a Creta regnava ora Minosse - che la lingua dei naviganti
divenne lingua del mondo per capirsi e che le cose e i concetti e i luoghi
del mondo conosciuto ebbero, per tutti al mondo, lo stesso nome: coi naviganti,
il mare univa il mondo e dava lingua al mondo. Fu allora che nella lingua
dei naviganti furono detti
ovunque pise o bise i gradini di caricamento presso i luoghi di ormeggio.
se Pisa non bastasse né
bastassero ‘les anciennes bises’ di Bisanzio, ne fa fede ancora il nome
della (i-)spagnola isola di Ibiza preceduta dall'articolo (I- Biza, Il
Gradino). 5
Fu allora che dai monti attorno a Pisa furon cavate pietre belle
e buone, rotolate a valle, squadrate ad arte e trasportate su carri trascinati
da buoi nel primo tratto e poi su chiatte e zattere nel fiume e che belle
lesène in pietra chiara si ersero indistruttibili in luogo dei vecchi
piloni in legno, come confitte nella melma e rastremate in alto da sapienti
arcate ad ogni piano. E di pietra massiccia -che le piene difficilmente
pòssan divèllere- ora si coprono sulle due sponde le banchine di caricamento,
entrambe degradanti verso il fiume. 6
Fu allora che su quelle gradinate, strisce di forte pietra chiara
e scura, dal mare giunse ad Etruria il mondo ed Etruria giunse al mondo
dal mare. Ed i marmorei gradini di Pisa, le pise striate delle sue due
sponde, divennero capitale e simbolo di ogni altro attracco, vero approdo
ai gradini del mondo. Fu allora -non ancor nate prima Atene poi Roma-
che Pisa divenne Caput Mundi nonché Sedes Sapientiae, sacra come sacra
è la Sapienza. Sacra come,
sul Gange, da quel tempo e fino adesso, agli antipodi del mondo, è sacra
Varanàsi, Benares, coi suoi larghi gradini sulle sponde. 7
Mentre la storia scritta corre più volte disinvolta tra Egìzii
e Ebrei ignorando il mare da Minosse a Etruria, nel Medi/terraneo originale
(nel mondo adesso mitico la cui storia orale venne cantata solo dai poeti,
nel primo mondo colto e libero dei popoli del mare e delle coste e delle
isole toccate dai naviganti e da questi unificate per cultura e lingua,
nel mondo di cui Minosse -sovrano del labirinto della mente- fu primaria
riconosciuta radix et matrix e di cui la prima Kàndia, Creta, fu centro
indiscusso), dopo il collasso della fàglia egèa e il maremoto ed i mesi
di quello che fu e sembrò un diluvio (che per fortuna d'Etrùria i venti
atlantici spostavano ad Oriente), fu proprio Etruria (estesa ad Occidente
da Adria a Cuma e con al centro il suo Appennino e Pisa) fraterno ostello agli scampati e sereno rifugio ai sapienti
assieme a Metaponto, a Ortìgia poi Siracusa, alle spiaggie di Akragas,
alle divine sorgenti del Bèlice, alle sabbie della futura Selinunte, alla
Gallura, a Alghero, a Cabras, alle future Valèntia e Barcellona. 8
Brìciole, tracce, semi sparsi dell'antica nostra cultura originale
ora letteralmente esplosa e, tra queste, solo Etrùria quale compiuta e
salda erede in Scettro e Sapienza. Etruria. Federazione di Libere Città
unite solo attorno al Fuoco del Bosco Sacro, tra le due Sacre Sorgenti
in Appennino, e attorno a Pisa -centro del Medi/terraneo- come Faro sul
mondo. 9
Fu allora infatti
-dopo Minosse- che sul Medi/terràneo ora conteso tra Fenici e Greci da
poco scesi al mare, con alle
spalle la misteriosa e potente Etruria di cui è da sempre porto e sbocco
naturale penetrandola per via fluviale fino in Appennino, Pisa issò le
vele delle sue navi sempre più grandi, sempre in ogni senso mediando e
trasportando passeggeri e merci e usanze ed arte, cultura, musica, filosofia,
teorie, sostanze e persone inebrianti, spèzie, curiosità. Passeggeri &
Merci. Merci e passeggeri
e, tra essi, segreti sapienti. Fu allora infatti, proprio allora, che
Etruria, Sedes Sapientiae e nuovo di Minosse Scettro, decise di ridare
alla storia il giusto verso. Quello neo-minòico appunto, ovviamente medi/terràneo
e marinaro e perciò non previsto dagli storici scrivani continentali ideologicamente
al seguito dell'emergente monoteismo mediorientale. Giusto verso della
Storia , questo voluto da Etruria, con cui essi scrivani dovranno poi
comunque per secoli trattare poiché costretti a farlo dai fatti stessi. 10
Fu allora che decise, dunque, Etruria. E dal suo Bosco Sacro, occulto
tra le due Sacre Sorgenti in Appennino, scese al tirrènio mar segretamente
per altra via da quella sempre usata delle pise e -ancor più segretamente-
pascendo col latte delle sue nigre lupe i pàrgoli di forzuti pastori e
boscaioli e barrocciai laziali nelle grotte e sul greto dell'altro suo
lungo fiume (detto Tìber perché turbolento e perciò poco uso ai navigli,
infido e sempre tòrbido) tramutò presto i pàrgoli sottratti agli ignàri
Latini prima in forzuti bifolchi così da mantenersi senza spese e poi
in soldati per farne il gladio deciso e imbattibile, con cui essa Etrùria
-minòica erede- avrebbe riordinato il mondo: Roma. 11
E' Etruria che dà a Roma forma e sostanza, è Etruria che dà a Roma
i primi Re. Per questo, proprio
da Pisa, Etrùria fornì nel tempo a Roma passaggi con le navi fino in Gallia,
disegni di navigli e ponti e rostri con cui difendesi dai Cartaginesi,
culto degli avi e degli dei, cerimoniale pubblico, divinazione, iniziazione,
riti, arte, cultura, chiavi numeriche per sollevare le acque dei canali
o scavalcare i fiumi con un ponte o rastremare mura di palazzi, innalzare
trionfi, aprire con l'arco ampie porte sulle facciate scaricando il peso
superiore. 13
Cànoni normali allora in Oriente, perciò da Pisa conosciuti e usati.
E poi, ovviamente, Pisa fornì a Roma mappe di terre note e mari navigati,
mappe di cieli guardati la notte da millènnii per orientarsi, indicazioni
sulle rotte, informazioni, mediazione nei conflitti, rifornimenti, ambascerie,
consigli. Non a caso, dopo
un millènnio, esàusto che
fu l'Impero Romano e rimasto esso separato in due, Pisa restò per un altro
millènnio Imperial Porto d'Occidente e la sua flotta -fino al "rinascimento"-
Flotta Imperiale! 14
Fu dunque, Etruria, prima segreta levatrice di Roma per la via
tiberina e poi, da Pisa -per la più nota e còmoda via d'Arno e per mare-
maestra di Roma attenta al suo sostegno. Tutto allo scopo, lei memoria
di Minosse e nuova capitale del mondo originale legittimo e vero, di salvaguardare,
usando il nerbo di Roma, l'unità politica e la matrice minòica della sua
cultura nei frammenti di quel meraviglioso
popolo delle isole e delle coste non più vissuto come popolo uno poiché
frazionato e disperso - come di nuovo adesso - tra i confini e i conflitti
continentali voluti dai giganti ideològici
del monoteismo. 15
Fu allora infatti che, creando Roma, a questo sofferto frazionamento
di un mare sentito ufficialmente nòstrum Etruria pose a suo modo rimedio
per un millennio abbracciando ancora -come già fece Kàndia- tutto il mare
percorso da Ulisse e cantato da Omero in un unico amplesso, assicurando
di conseguenza al mondo moderno -fino a quest'ultimo nostro, globale e
cibernetico- quel filo ininterrotto di medi/terrànea arkàica sapientia
fatta di Ars et Jus, Ispirazione e Diritto, Virtude et Conoscenza, Accademia
e Alchimia, di cui abbiamo più che mai bisogno e che dal primordiale crogiòlo
bèrbero, culla medi/terrànea della civiltà, ci giunge "param param"
-pari pari indenne di maestro in maestro- da poeta a poeta, attraverso
lo studio comparato della sintesi minòico-etrusco-romana e di quella,
coèva, minòico-greco-ellenista meravigliosamente offertaci dai classici
greci. 16
Classici questi - e non ultimo tra essi il Simposio di Platone
che a Dante ispirò il Convivio- non a caso raccolti e preziosamente trascritti
a Pisa per secoli non meno devotamente che altrove e poi, per secoli ancora,
custoditi e tramandati perché giungessero un giorno fin nelle mani dell'Imperatore
che di Germània, di frequente, sul diamantato Suo imperiàl còcchio scende
adesso a Pisa in tre giornate coi suoi fidi per la via ancor detta dell'Abetone
e del Brennero, onde da Pisa salpare poi per altre sponde, sopra pisani
legni, con tutto il suo cortèggio: Pisa, Imperial Porto dove, secoli prima,
erano giunti per mare gli elefanti dono di Al Rashid -Sultano di Bagdad-
per Carlo Magno, trasbordati poi dai Pisani presso il Sacro Imperatore
in Aquisgrana! 17
Così, da Pisa e per mano imperiale, giungon ora codesti classici
alle stanze della Imperial Règgia e alla sua Skola Siciliana perciò alle
mani e agli occhi e al cuore di poeti come Piero delle Vigne e Ciullo
d'Al-Kamo ciondolanti presso l'Imperatore spesso a Palermo per Suo studio
& diletto e poi, param param da poeta a poeta, di nuovo ai gradini
di Pisa nelle mani di Guido Cavalcanti spesso girovagante e poi da queste
a Lapo Giani e a Dante e al sobrio Guinizzelli che, da allora, desiderarono
tutti (come divinamente scrive l'Alighieri nel suo sonetto a Guido) essere
"presi per incantamento / e posti in un vascèl che at ogni vento
/ solcasse il mare al voler vostro et mio".
Di nuovo il mare. Di nuovo -con i Poeti- il mare dava Lingua al Mondo, in un
"dolce stil novo". 18
Fu allora che, cessato dopo un millennio con la caduta dell'Impero
Romano anche il controllo romano sul mare, per tutto il medioevo - per
un millènnio ancora, fino al cosiddetto "rinascimento" - Pisa
Caput Mundi (fieramente autonoma dalle signorie papiste retrostanti e
autogestendosi come Repubblica làica, autonoma e fedele all'Impero che
adesso è solo d'Occidente) badò a collegare e a rafforzare e a proteggere
tra i suoi innumerevoli ormeggi e fòndaci nel mondo (dalle coste sirìache
alle ercùlee colonne solo passate dal temerario Ulisse) massimamente quei
territori e domìnii catalani e lìguri e amalfitani e baresi e siciliani
e maltesi e delle isole egee con Rodi e Cipro e delle altre bise che,
come Ia I-Spaniola I-Biza e le Baleari, con Kòrsica et Sardìnia ancora
la riconoscono Caput Mundi e che Pisa, fino allo stremo (la sua agonìa
non per caso coincide per tutto l’Occidente con quella del ‘Mondo Antico’
e con l’ inizio dell’attuale ‘Mondo Moderno’), riconosce ancora con giustificato
orgoglio culturalmente sue. 19 Anche nel
‘buio’ medioevo Pisa meravigliosamente restò Regina Maris et Sedes Sapientiae
e seppe ad esempio, attraverso la penna del suo Rustichello finito prigioniero
a Genova, mettere per iscritto in un "millione" del tempo lo
stupendo resoconto del viaggio in Cina di un suo compagno di cella, un
grande veneziano -analfabeta- di nome Marco Polo: nell' Evo europeo ufficialmente
più oscuro, Pisa seppe avere in sé i presupposti su cui fondare una tra
le più antiche Università del mondo. 20
Sede di Sapienza e per questo sede di quella bellezza che è negli
occhi di chi guarda, Pisa seppe produrre veri Maestri e costruire monumenti
-prodigiosi portenti- tuttora (dopo un altro millennio!) meraviglia del
mondo. Lo fece, riuscendoci, per affermare e ricordare sé stessa Caput
Mundi. E lo volle fare attraverso Opere da cui ci viene agli occhi meraviglia
essendo esse -tutte volute dai Templari- Grande Opera alchèmica nel Campo
dei Miracoli: capolavori di Arte Oggettiva miracolosamente consapevole.
21
Fu allora, proprio allora infatti, che Pisa costruì la Torre tuttora
più conosciuta al Mondo dopo quella -crollata- di Babele.
La fece, certa che questa non sarebbe crollata, e ancora non lo
è, conficcandola semplicemente
nella melma -secondo il consueto suo modo millenariamente sperimentato-
come un enorme monolito. Volle
piantare la sua prodigiosa Turris Eburnea come un gran palo confitto in
mezzo alla laguna: unico segno civile visibile a distanza percorrendo
dal mare il fiume come un canal grande tra secche e melme, canneti e fossi,
isolotti e maremme, paludi e selve, macchie
e campagne e ancora bozzi e stagni ed acquitrini, superata la duna
costiera e le sue Sacre Pinete imboccando l'Arno dalla foce. 22
Sosta intermedia prima di arrivare alle striate pise della città
ed ai suoi varii bacini era quella obbligata alla pisa di San Piero, detta
"ad gradum" dai latini che tradussero le ‘pise’ in ‘gradi’,
da cui poi i nostri neolatini gradi, gradìni e gradinate. Sosta necessaria
per un primo controllo su identità e carico dei navigli in entrata ed
utile, anche, ai passeggeri per sgranchirsi le gambe con una visita alla
già millenaria basilica del santo Capo degli Apostoli , Pie(t)ro appunto,
sceso da una nave allo stesso "gradum" mille anni prima, a fondamento
di "kristiana ekklèsia", prima del
periodo speso a Roma fino al martìrio. 23
Dopo la sosta di San Piero a Grado di nuovo tutti a bordo verso
Pisa tra le curve del fiume vedendo
in distanza a tratti - stagliato oltre l'erba delle sponde sullo
sfondo dei monti- quel palo alto confitto lontano e -poi- scoprirlo, giunti
da presso, torre bianco fiorita circondata di tante meraviglie. Civilissima
torre, espressione di una cultura ancora verìdica, voluta da una città
incredibilmente bella e intelligente da sempre al centro di un ampio paradiso
primordiale: una enclave palustre meravigliosamente ricca e generosa,
protetta dai venti freddi d'Appennino da una sua armoniosa chiostra di
colli (pomposamente detti oggi Monti Pisani sol per via del latino mons
montis) e gioiosamente visitata e abitata da pesci tipo mùggini e anguille
e tinche e barbi e carpe e gobbe dorate o iridate e poi da lucci e lasche
e lattaini e crògnoli, nonché da uccelli migratòrii tuttora
sporadicamente nidificanti tra le residuali cannelle e giunchi
di questa nostra –essa sì oscurìssima-
era petrolifera ormai giunta si spera fortunatamente agli sgòccioli. 24
Pisa piantò la Torre nel cuore del medioevo
-non certo oscuro per i Pisani-
per rialzare il Totem Luminoso di cui per tutti c'era e c'è tuttora
bisogno: Albero Sacro, Palo totèmico, Antenna mediàtica, Faro del primo
mondo civile e marinaro, Turris Eburnea, Scettro priàpico, Lingam veridico
che segna a tutti il Punto di Giunzione tra Terra e Cielo, Ponte di Mezzo
che solleva l'anima, Jànua Coeli per chi sa vedere.
Pisa fece la Torre per tutti noi, sia chiaro, non per sé: Faro
per i naviganti in cerca di un approdo all'eccellenza.
E infatti, su un culmine del Duomo visto dai piedi della Torre,
pose un alato grifone a promessa che anche un quadrupede -giunto a Pisa
e volendo- possa in alto volare. 25
Fu, allora, dunque, Pisa, un porto vero, un ormeggio sicuro. Un
respiro per l'anima le banchine striate delle sue due sponde, gradinate
infinite di bianco marmo sopra e pietra bassa e scura nelle alzate:
ecco l’ombelico del mondo, la città più conosciuta al mondo dopo
la caduta di Minosse se per mondo -beninteso- s'intende quello originale
del popolo del mare che dette inizio alla nostra civiltà migliaia di anni
prima del finale confronto greco/romano contro il moloch monoteista della
"delenda" neo-fenìcia Kartàgo. Fu allora, dunque, sempre, Pisa,
gradinate. Gradinate il cui antico nome al plurale, bise o pise, perché
sulle due rive del suo fiume, da sempre era anche topònimo del luogo:
pise per eccellenza, belle banchine, buoni gradini dove ormeggiare. 26
Malgrado con la pressione della lingua latina -pari solo a quella
dell'inglese commerciale di oggi- fosse altrove ovunque riuscito a imporre
come a Grado in Istria e persino vicino Pisa -a San Piero a Grado appunto-
il latino gradum gradi al posto di pise o bise, il potere romano non aveva
neanche osato cambiare nome alla Sacra Città millenaria.
Così ‘pise’, gradini di ormeggio, il topònimo della città dei gradini,
rimase tale anche in latino e il mondo -ora latino nella lingua- continuò
foneticamente a chiamare la città come da millenni era chiamata, pise,
sempre al plurale. Proprio
per Pisa infatti la possente lingua dell'impero dovette prima accontentarsi
di trascrivere in sé il fonèma pise in Pisae secondo il proprio modo di
scrittura allo scopo di mettere un nome per la città sulle sue carte e,
dopo, addirittura far indossare al termine una declinazione -solo al plurale-
per parlare della città col metodo latino del cambio di finale alla parola. 27
Fu così che il poderoso nerbo d'Etrùria, i Romani, i figli clonati
a scopo bellico (‘ad usum belli’) dei pastori e carbonai latini che mai
avevano visto culturalmente il mare tanto che per combattervi èbber
bisogno di ponti levatoi su cui poter pugnare come a terra (e non
sapevano che tra i popoli del mare si chiamassero pise o bise le banchine
di approdo essendo essi solo cafoni ciociari avvezzi alla caciara, al
pugilato e a ratti di fanciulle) ebbero finalmente in loro lingua una
versione del nome della Sacra Città da poter declinare con fiducia, pluralia
tantum, nelle più svariate occasioni: Pisae, Pisarum, Pisis… 28
Senza però nessuno da allora - e neppur adesso se non tra studiosi
molto ragionando- mai più pensare tra i neolatini (né tanto meno altrove
in un mondo ufficiale anglòfono e culturalmente centrifugato) cosa si
stia dicendo, dai Romani ad oggi, quando diciamo o decliniamo Pisa: stiamo
dicendo semplicemente Gradini o, declinando, i Gradini, dei Gradini, ai
Gradini... E quando oggi diciamo vado a Pisa oppure sono di Pisa, vengo
da Pisa, mi piace Pisa, penso spesso a Pisa, anche lei è di Pisa, studio
a Pisa, stiamo dicendo - ma senza più saperlo - vado ai Gradini sono dei
Gradini, vengo dai Gradini, mi piacciono i Gradini, penso spesso ai Gradini,
anche lei è dei Gradini, vado a studiare ai Gradini. 29
Incredibile. Come se Torino si chiamasse, da sempre, i Murazzi
o Venezia le Calli: quelli di Pisa sulle due sponde -evidentemente- erano
gradini per eccellenza. Lunghe banchine striate dai gradini. Larghi gradini
di bianche lastre sopra, alla pedata, e pietre basse e scure conficcate
di contro nell'alzata, ora non più presenti.
A tratti lungamente depredate per altri usi, in altri tratti franate
e poi scomparse nel fragore di piene inconsuete, per altri tratti infine
inglobate -specie in centro- da successive coperture medìcee in pietra
serena "rinascimentale" ormai miseramente corrosa. 30
Fu allora che avvenne l'imprevisto incidente. Proprio all'altezza
del passaggio a livello senza barriere tra un medioevo per niente oscuro
almeno ai Pisani, verso quell'altro evo -detto chissà perché "rinascimento"-
per i pisani invece molto oscuro essendo altrui sottoposti e processati
essi per aver affermato con Galileo -primi anche in questo- che la Terra
girasse attorno al Sole. Certo, Galileo, arrestato mentre stava scientificamente
osservando la Caduta dei Gravi, dovè purtroppo sentire anche su sé quale
Grave Caduta avesse fatto Pisa in altrui signoria e, certamente, anche
per conto di chi e in cura a quali Medici fossero in mano adesso Pisa
e purtroppo il Mondo tutto e se -dietro agli stucchi della supposta rinascenza
fiorentina non per caso criticata a duro prezzo dal Savonarola all'Alighieri-
non si celàssero cadaveri eccellenti. 31
Fu allora infatti, storicamente solo un momento prima che sotto
un cinèreo manto di grigia pietra arenaria (odiosa ai piedi dei pisani
e "serena" solo a chi volle con questo gesto seppellire di Pisa
la vita e la memoria) si coprissero in centro le residue rive marmoree
del suo fiume, che Pisa -Regina
Maris sempre più incompresa e ormai fragile e sola- fu pugnalata alle
spalle mentre, ancora invaghita, guardava per noi tutti il mare. Pisa
colpita a tradimento da mercanti arricchiti e strozzini, pretesi amici
del papato, alleati in affari coi francesi, feroci più dei papi di quel
tempo. 32
Pisa Repubblica, Pisa da millennii indipendente, Pisa làica per
sua natura e storia e quindi ghibellina nell'esploso conflitto tra papato
e impero, Pisa credente al punto di saper portare libertà e difesa ai
Luoghi Santi (e ‘più di altri capace a distinguere cosa è di Cesare da
cosa non lo è’), pugnalata
-questo sì che fu vero sacrilègio- in nome di Dio e del papato. ‘Pìsae
Càpita Mundi’ e quindi, con Pisa, anche il nostro mondo Mondo vero originale
che per millennii Pisa rappresentò e difese, vittima dell’ integralismo
che tende alla teocrazia e che - figlio del monoteismo - non può che essere
ideologicamente esclusivista. 33
Pisa morente. Esemplare anticipazione di quel che da allora (anche
solo in materia di "Inquisizione & Roghi di Libri & Persone")
s'ebbe a patire sempre in nome di Dio -e questa fu ed è la vera bestemmia-
dalle persecuzioni contro gli eretici alla caccia alle streghe, dalle
guerre di religione allo sterminio dei nativi americani, dalle colonie
al razzismo, alla schiavitù, alla segregazione, fino al moderno tripudio
(come "soluzione finale" per "comunisti, ebrei, zingari
e froci") dei forni crematori accesi da mano germanica in nome di
un "Got Mit Uns" (Dio Con Noi) che nell'attuale lingua ‘imperiale’
del Mondo delle Merci equivale per ipocrisia e menzogna (e sacrilègio)
a quel "In God We Trust"
(In Dio Confidiamo) che, stampato in verde sui bravi dollari, giustificò
lo sbrigativo sterminio di massa di centinaia di migliaia di ("sporchi
musi gialli" ) giapponesi con due sole bombe atomiche neppure tanto
"intelligenti" ma, comunque, egregiamente funzionanti. 34
Fu allora dunque -la fine di Pisa e del suo millenàrio impèrio
sul mare- la fine del mondo antico nella sua unità concettuale, la fine
del mondo medi/terraneo originale libero e "naturalmente" colto
e sapiente, la fine di un mondo ancor primordiale nella sua fede e nel
suo eroismo ma semplice e comprensibile, condotto da uomini veri che agivano
in prima persona e di persona pagavano se sbagliavano: uomini "veri"
e, tra essi, anche Maestri in grado di esprimere in maniera eccellente
il massimo della cultura e dell'Arte Oggettiva possibile al loro tempo. 35
La fine di Pisa in mani fiorentine, francesi e papaline segna agli
odierni ‘Artisti & Studiosi’ il momento di passaggio dal mondo
mitico e vero (la cui Storia vera -non scritta- venne solo cantata e tramandata
dai Poeti) a quello attuale, falso e banale, della falsa storia scritta
e riscritta via via a tornaconto dei potenti di turno da parte di loro
servilissimi scrivani. La fine di Pisa, anche oggi davanti ai nostri occhi
morente col Mondo tutto, è fino in fondo l'agonìa e la fine di quel mondo
mitico e vero di cui Pisa fu Faro per millenni, dalle iniziali palafitte
fino alla Repubblica, degnissimamente. 36
Il colpo fatale giunse quando la già fin troppo machiavèllica Italia
delle "signorìe" fu ancor più lacerata dal pernicioso contrasto
tra papàto e impero, contrasto che sconvolse i rapporti tra Cielo e Terra
provocando un dannoso squilibrio negli Ideali e in ciò che essi solevano
ispirare. Ciò ovviamente sconvolse il mondo, nonché i millenàri naturali
rapporti tra Pisa e il mondo, con tutto quello che di negativo ancora
oggi ne consegue. Gli eredi
di Pietro, allora troppo avvinti ai beni materiali, per molto tempo vollero
negare a Cesare quel ch'è di Cesare... negando così, anche a Dio, quel
ch' è di Dio: la Sua volontà (chiaramente espressa dal Cristo, Verbo incarnato
per i cristiani) di dare a Cesare quel ch'è di Cesare, accettando con
ciò la laicità dello stato. Pisa repubblica, Pisa colta, autenticamente
làica (perciò ghibellina) e tuttavia autenticamente religiosa e credente,
visse - anche in tema di organizzazione sociale - la volontà di quel Dio
in nome del quale venne poi pugnalata da sicari usurai finto-papisti. 37
Pisae Càpita Mundi senza più Navi adesso, anyway, senza più Vele
al sole tra i Lungarni. Senza più Porto, dacchè altrui signoria. Le sue
Sacre Pinete zeppe di aliene armi giganti e di omòni vocianti la lingua
dell'impero: quello di adesso, enorme, mai dichiarato, senza veri confini
di mercato e sempre e a tutti i costi coi bilanci in attivo (quelli a
nero). Senza più Porto adesso Pisa, anyway, senza più Vele al sole tra
i Lungarni. Quasi senza più Marmi salvo sul Duomo. 38
Soltanto il Duomo a Pisa adesso resta, e la sua piazza col suo
verde manto, spazio fatato per ritrovare sé. Vero astroporto da cui decollare.
Pisa che sempre Repubblica fu, vero "agorà" dalla comunità
palustre dei primordi fino a quella marinara medioevale con tanto di Senato
e di Assemblea, non più Repubblica! Non più libera, non più sé stessa,
dunque adesso Pisa che -costretta- campa da vecchia affittacamere vendendo
torri finte e cartoline. Pisa Sedes Sapientiae, Motore di Ricerca, Scuola
Normale Superiore, mortàio per eccellenza dove persino il Papa si fa pestare
il pepe, pericolosamente in bilico sul nulla come il resto del mondo.
Si poteva accettare? 39
Pisa vuole di nuovo Vele e Mare. Pisa vuole essere Porto.
Porto-Canale solo per velieri e nei bacini dàrsene e cantieri ai
lati delle sponde di nuovo come prima gradinate. E dopo, a piedi, in centro
e nei Quartieri a sgranchirsi, a far spese, a darsi occhiate o -seduti
ai gradini lungo il fiume- bersi un teìno sfiorato dai velieri, leggere
un poco per aspettare Lei e poi prendere fuoco perchè non è venuta, pregare
san Ranieri, andare in tuta a fare footing in giro sui lungarni e poi
giungere al Duomo e riposarsi, consolarsi tra il verde a lègger marmi. 40
Pensate Voi se Pisa fosse ancora, come fu sempre prima, porto franco. -------------------------------------Salute
a tutti, amici, ad maiòra. |